
Essere pane
02/02/2026Ogni passo è la meta
Perché pensare solo all’obiettivo è un errore
Il bosco rumoroso
Qualche giorno fa, come è ,mia abitudine, stavo camminando da solo in montagna. Mi aro avviato da poco sul sentiero che, dopo circa 700 metri di dislivello impegnativo, doveva portarmi a percorrere una bella cresta.
Dopo poco camminare mi accorsi di avere davanti a me un gruppo, apparentemente di giovani, molto ciarliero. Per il momento li intravvedevo ogni tanto, quando la sinuosità del sentiero lo consentiva. Apparivano e scomparivano tra le sagome degli alberi spogli, ma il chiasso delle loro chiacchiere incessanti sovrastava la quiete senza pausa.
Per me che cerco nella Natura silenzio e ispirazione, comunione e nutrimento per l’anima, la cosa si faceva inquietante. Riflettei se avrei potuto modificare il mio itinerario, ma non c’erano molte alternativa in quel luogo. Avrei dovuto tornare indietro, riprendere l’auto e spostarmi di un bel po’ per trovare un itinerario con le stesse promesse. Non mi pareva il caso.
Sembrava procedessimo grossomodo allo stesso passo; forse io un filo più rapido; potevo sperare nella loro inesperienza quando il sentiero si fosse fatto più impegnativo per superarli e distanziarli. Così accelerai.
Il sorpasso
li raggiunsi abbastanza facilmente. Tra loro, eran ragazzi e ragazze, diversi avevano calzature inadatte e in genere un equipaggiamento approssimativo. Procedevano ciononostante allegri, con la forza dei vent’anni, parlando ininterrottamente tra loro del più e del meno.
L’esame per la patente, il tale o il talaltro compagno di scuola, il prete della parrocchia che è pure lui un amante della montagna… tra frizzi e lazzi andavano avanti. Li raggiunsi surfando sulle loro onde sonore, concentrato sul mio passo accelerato per superarli e distanziarli al più presto. Un, due, un due, inspiro, due passi, espiro, due passi, inspiro…
Grazie al ritmo sostenuto li raggiunsi presto e li superai. Il mio sopraggiungere fu annunciato dalla retroguardia e si fecero gentilmente da parte per agevolarmi il passaggio. Li salutai, ringraziai e proseguii continuando ad andare abbastanza forte, per quanto il sentiero si facesse via via più ripido. La speranza era di lasciarmi alle spalle la nuvola sonora che emanavano e ritrovare il mio silenzio. Per un po’ ne assaporai l’illusione.
L’amara scoperta di riverberi inattesi
Dopo un breve intervallo nel quale sentii un certo sollievo nell’accorgermi che camminavo nel silenzio del bosco, il sentiero prese a inerpicarsi erto. Servivano le mani per aggrapparsi a piante, arbusti e pietre per potersi arrampicare.
La montagna diventava ripida e la sua parete svettante davanti a noi mi giocò uno scherzo crudele: mentre il mio procedere diventava forzatamente più lento, un gioco evidentemente di riverberi riportava a me le voci dei ragazzi che avevo lasciato da un po’ indietro. Il suono del chiacchiericcio tornava prepotente a occupare la mia sfera uditiva.
Mi accorsi che intensificavo il mio sforzo ascensionale, cercando di allontanarmi da quel rumore molesto. Senza gran successo. L’acustica del luogo mi era sfavorevole. Non c’era modo di sfuggire a quei suoni e ritrovare la pace del bosco.
Inoltre, per primo avevo” perso la pace”: ero più concentrato sul tentativo di fuggire ai ragazzi di quanto non lo fossi sulla bellezza dei luoghi e sul lieve comunicare della Natura. Che fare, dunque?
Ogni passo, centrarsi
Se l’obiettivo che cercavo su quel sentiero era il nutrimento di pace mediante l’interazione e la comunicazione con la Natura, dovevo sicuramente uscire da quello stress di fuga. Distolsi il mio pensiero dalla concentrazione ossessiva sul rumore di voci e lo volsi all’interno.
Cosa accadeva dentro di me? Com’erano i miei ritmi biologici? Mi accorsi di essere in leggero affanno. Stavo mantenendo un ritmo troppo elevato rispetto al pendio e… alle mie quasi due generazioni in più nelle gambe rispetto a coloro che stavo seminando. Tornai in me e mi risolsi a rinsavire.
Controllai la mappa e la quota. Fra non molto avrei raggiunto una svolta sullo spigolo del monte che mi avrebbe portato al lato soleggiato e fuori dal bosco, già ora sempre più rado. Da quel che vedevo della morfologia della montagna, dall’altro lato avremmo dovuto avere condizioni acustiche più favorevoli. Saremmo stati in un campo più aperto. Soprattutto, decisi che avrei nuovamente focalizzato la mente, e ogni sforzo, sui miei obiettivi. Non sullo sfuggire a quelli di altri.
Lasciar andare
Rallentai appena il passo, quel tanto che mi riportò a un ritmo cammino-respiro accettabile. Ora l’obiettivo era di giungere allo spigolo e lì, se avessi trovato il terreno come lo immaginavo dalla mappa, fare una sosta. Avrei lasciato passare i ragazzi, chiedendo intanto loro che itinerario stessero facendo. L’idea era di dare loro ampio vantaggio in modo da poter di nuovo modulare il mio andare secondo il sentire profondo. Come fossi solo sulla montagna, senza più interferenze o distrazioni nel mio dialogo con la Natura.
Allo spigolo fui premiato. Mentre mi affacciavo al sole mi avvidi che il bosco terminava proprio su quel cambiamento di versante. Davanti a me si aprì a Nord la vista magnifica sulla corona delle Alpi innevate, al di là della Pianura Padana coperta di foschia. Un masso squadrato offrì un comodo sedile dal quale contemplare tanta bellezza. Per un momento ci fu anche un’attenuazione del chiacchiericcio che proveniva da dietro, dal momento che l’onda sonora era dispersa dallo spazio libero.
Presi dallo zaino il thermos con il tè e una banana, predisponendomi a una sosta confortevole e beata davanti a tanta bellezza. Ero pronto a lasciar andare la follia che mi aveva preso e ritrovare me stesso. Ma ero anche pronto a mettere a fuoco l’insegnamento sotteso a questa esperienza.
Ascoltarsi sorseggiando
Mentre sorseggiavo la bevanda bollente ascoltavo il mio sentire nei confronti dei giovani chiacchieroni, continuamente stimolato dalle loro voci che si avvicinavano inesorabilmente.
Dapprima sentii residui di irritazione, guardando quella mia debolezza prima con dispiacere, poi con compassione così che si potesse dissipare. Si, la prima reazione all’incontro con le loro chiacchiere era stata di fastidio, di irritazione. Come osavano venire a disturbare la quiete della mia camminata? Per fortuna sono abituato a cercare dentro di me l’origine delle mie reazioni!
Mi resi conto che ciò che mi irritava era il fatto che per quei ragazzi, almeno così lo interpretavo, la gita “era la meta”. Cioè finché non fossero stati sulla cima designata come obiettivo avrebbero chiacchierato del più e del meno come fossero stati al bar, o nell’intervallo a scuola. Il contesto, la Natura rigogliosa e conversante intorno, l’interazione con essa non erano rilevanti.
Se ci fosse stata una funivia per arrivare sulla cima l’avrebbero presa senza esitare. Tutto quel che c’era tra l’auto parcheggiata alla base e la cima era come invisibile. I passi sul sentiero, meccanici. Un teletrasporto li avrebbe sostituiti senza alcun senso di perdita. Questa era la mia interpretazione del loro comportamento e ciò che mi aveva suscitato irritazione.
Ogni passo è la meta
Presi atto di quanto c’era di mio in quella irritazione e mi misi in cerca dell’insegnamento per me che vi era insito. Cosa potevo portare a casa da quell’incontro, sicuramente non casuale?
Cosa avrei voluto trasmettere a quei ragazzi, che poi era l’insegnamento che la Vita mi offriva quel mattino sul Monte Gonio? Andai in cerca, dentro di me, e trovai, l’amorevolezza con cui poter dialogare con i miei inseguitori che nel frattempo si stavano avvicinando inesorabilmente.
Quel che volevo condividere, e dunque io per primo apprendere e far mio profondamente, era che ogni passo è la meta. L’obiettivo prefisso, in questo caso una cima o una cresta montuosa, è solo il pretesto che ci fa mettere in movimento. Ma ogni passo è la meta vera dell’escursione.
Il vero obiettivo di ogni nostro movimento, della nostra vita stessa, è camminare in presenza, consapevoli del contesto e dei nostri gesti. È muoversi con grazia, aggiungere a ogni passo bellezza al mondo, rispettare il sentiero, i fiori, gli arbusti che scostiamo avanzando. È lasciare una traccia lieve che aiuti chi segue, senza rendergli disagevole il cammino con orme troppo profonde. È scoprire magari una via nuova, che porti a un angolo sconosciuto ancorché insignificante per le sorti del mondo. È deviare dal cammino, perfino abbandonarlo, per tendere la mano a un simile in difficoltà, confortarlo e, se è il caso, accompagnarlo a valle prendendosene cura.
La fine del fallimento
Come recentemente la Vita mi aveva insegnato a “essere pane” per poter nutrire le persone di cui assumo la responsabilità come coach e terapeuta, oggi mi insegnava come camminare. Più precisamente, mi insegnava il perché del mio andare in un certo modo in montagna. Attraverso questo insegnamento mi apprendeva come vivere, come attraversare l’esperienza in questo corpo e in questo tempo: ogni passo è la meta.
Nella nostra cultura impariamo a perseguire continuamente degli obiettivi, raggiungere risultati, ottenere prestazioni e cercare successi. Viviamo perennemente in competizione con noi stessi e con gli altri. Questo si traduce in un’enorme quantità di stress, con tutti gli effetti che ne conseguono.
Questo atteggiamento comporta anche che, quando non raggiungiamo l’obiettivo prefissato, proviamo un senso di fallimento. La paura del fallimento, o la vergogna dello stesso, sono una delle più diffuse violenze (auto-inflitte) del nostro tempo.
Se diviene più importante il modo in cui cammino verso il mio obiettivo del suo raggiungimento, una volta che ho camminato al mio meglio il fallimento non esiste più. “Come cammino” è totalmente sotto il mio controllo. Il raggiungimento dell’obiettivo, come insegnano diversi sacri testi, no.
Danzare nella vita
Quando ogni passo è la meta, viviamo presenti a noi stessi; allora apprendiamo a danzare nella vita, muovendoci con grazia e leggerezza. Lo stress diminuisce e ci concentriamo sui piccoli passi, non su luoghi lontani, grandi distanze, missioni che intimoriscono e sconcertano.
Posso anche avere come aspirazione ideale di cambiare il mondo, ma se mi concentro come meta prioritaria sul compiere ogni passo con grazia, allora i miei compiti quotidiani si semplificano grandemente.
Presterò attenzione a come mi risveglio al mattino. C’è in me come primo pensiero gratitudine? Se non c’è, perché? Allora potrò andare in cerca di cause a me vicine, che pertengono al mio vivere quotidiano. Cosa posso cambiare nella mia vita per potermi svegliare ogni giorno nella gratitudine?
Mi viene spontaneamente un largo sorriso quando incontro i colleghi al lavoro, sono felice di rivederli anche oggi? Provo gioia in quello che faccio come professione, sento che faccio qualcosa di utile? Ho regalato serenità a una persona che ho incontrato in un suo momento di difficoltà?
Passo momenti felici con i miei figli mentre li vedo crescere e tengo loro la mano mentre esplorano la vita? Oppure sento che mentre sono con loro la mia mente è presa in una nuvola di stress che scarico su di loro con il mio malumore? E quindi come posso rendere questo “passo” quotidiano più lieve e gioioso? E così via.
Con gentilezza chiedere
Quando ogni passo è la meta, scatta automaticamente la gentilezza. Si, perché quando sono concentrato a fare di ogni passo un’opera d’arte, sorge spontaneo il desiderio di farlo con grazia.
Immerso in queste considerazioni attesi in uno stato d’animo allegro i ragazzi che mi seguivano; in pochi minuti apparvero uno dopo l’altro dalla svolta dello spigolo. Ora potevo vederli meglio: erano una decina di ragazzi e ragazze, direi tra i diciotto e i vent’anni circa. Belli, dalle facce pulite e sorridenti nonostante il rigore della salita appena compiuta. Beata energia delle giovinezza!
Li salutai e chiesi loro se avrei potuto porger loro due domande. Alla risposta affermativa, verificai dapprima il loro itinerario. Mi dissero che lo sapeva l’ultimo della fila; questi mi confermò che sarebbe stato fino alla metà circa lo stesso mio.
Poi feci la domanda cruciale: chiesi loro se non sentissero mai la necessità di un tempo di silenzio mentre camminavano in Natura. Per un attimo furono spiazzati dalla domanda. Li tranquillizzai che non era un rimprovero; dovevo sembrare ben vecchio ai loro occhi, un burbero professore. Ma riuscii a farli sciogliere in una risata.
Risposero che lo facevano quando si fermavano senza fiato. Esplorando se sentissero qualche comunicazione, qualche messaggio dal contesto naturale mentre vi camminavano immersi, ebbi la conferma che no, non avevano comunicazione con il contesto. A livello cosciente comprendevo, ovviamente. Un po’ dispiaciuto per loro, ma consapevole della realtà, dissi loro che li lasciavo andare avanti e ci scambiammo saluti cordiali e auguri di buona giornata.
Ritrovare i passi perduti
Siamo troppo presi dai mille obiettivi che ci vengono messi davanti nel corso di una vita, consumati dal fallimento nel raggiungerne molti. Al contempo ne perdiamo di vista milioni che possiamo facilmente raggiungere e ci riempirebbero di gioia e soddisfazione.
Se ogni passo è la meta, ci concentriamo in ogni istante nel presente e utilizziamo il nostro pieno potere per danzarlo con grazia e amore. Questo è totalmente nel nostro potere. Questo ci permette di recuperare i tanti passi perduti.
Sappiamo per esperienza o per notizia che tante persone sono disposte, pur di raggiungere determinati obiettivi, a prendere “scorciatoie”. A volte questi itinerari passano per vie oscure: divengono dannosi per il nostro prossimo. Appaiono comunque accettabili quando tutto ciò che conta è raggiungere l’obiettivo finale. Come se per raggiungere la cima della montagna cui aspiriamo fossimo disposti a sventrarla per costruire una cremagliera confortevole che ci porti lassù senza alcuno sforzo.
Ma quando ogni passo è la meta da raggiungere, e l’obiettivo soltanto una ragione per camminare, allora i mezzi diventano più importanti dei fini. Come diceva Gandhi, tali i mezzi tale il fine che si raggiunge.
Muovendomi con grazia in ogni passo, giungerò alla Grazia. Penso che ne valga la pena.
Trova il tuo stile di passo
Se ti serve una mano a trovare il tuo stile ideale per fare di ogni tuo passo un capolavoro scrivimi a federico@federicofioretto.biz per prenotare un primo incontro gratuito e vedere se e cosa posso fare per aiutarti..

