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24/01/2026Essere pane
Nutrire i collaboratori con la forza della visione
Il pane come simbolo di vita e di unione
Essere pane. Una persona a me molto cara che segue assiduamente il mio percorso professionale e umano mi ha recentemente esortato a “lasciarmi mangiare” da coloro che attraverso di me possono scoprire la propria luce interiore. Un’immagine forte, che mi ha toccato nel profondo del cuore. Una sfida che può suscitare paura; sicuramente richiama a una grande umiltà e richiede riflessione.
L’offrire pane di vita, lo spezzare il pane insieme a simboleggiare l’accesso condiviso al sacro, è un’immagine familiare alla gran parte delle culture mediterranee, cresciute all’ombra delle spighe di grano.
Nel Diritto Romano antico la confarreatio, ovvero lo spezzare una focaccia di farro insieme, costituiva la formalizzazione dell’unione matrimoniale. La diffarreatio, ovvero il separare le due metà della focaccia, rappresentava la fine del vincolo, il divorzio. In alcune culture medio orientali, condividere il pane e il sale è sigillo di amicizia eterna. Per i Cristiani, il lascito del Maestro nell’ultima cena ricordato dalla tradizione è un pane con il quale ci si nutre di Lui, rinnovando così in sé la presenza del Divino che Egli rappresenta.
Il pane, dunque, è un simbolo potente per molte culture a noi familiari e rappresenta sia il sacro in sé, sia concetti e sentimenti altrettanto sacri, come l’amore e l’amicizia. Sono tutti elementi essenziali alla vita spirituale dell’Essere Umano, senza i quali esso non vive; al massimo sopravvive come semplice unità biologica.
Essere pane
Non ho potuto ricevere questo messaggio, in una fase delicata e importante della mia vita, all’alba di una nuova grande avventura professionale e personale, senza dedicarci una riflessione, una ricerca personale approfondita. Ho cercato dentro di me quale fosse l’essenza del messaggio, dietro e dentro le parole in questo momento in cui mi serve sentire la voce del Maestro interiore.
E così il messaggio ricevuto mi ha colpito al cuore come una freccia ben diretta: devo accettare di essere pane. La pratica professionale cui ho scelto di dedicare questa fase matura della mia attività, quella di coach, è rivolta alle persone nella loro pluridimensionalità. Mi trovo ad accompagnare persone in ogni tipo di condizione, con ogni tipo di problemi e difficoltà, in cerca di aiuto per trovare le loro soluzioni ai temi che le turbano.
Ed è qui che la professione d’aiuto, a questo livello e a questo punto del mio cammino, mi chiede di accettare di essere pane, di lasciare che le persone “mangino” della mia esperienza, della mia conoscenza accumulata in oltre 60 anni di vita curiosa ed esploratrice. Ma non solo.
Devo cercare di essere anche trasparente, affinché attraverso di me le persone che aiuto possano attingere a quella stessa fonte alla quale ho imparato ad abbeverarmi.
La forza umile del servizio
A questo punto, infatti, ciò che è richiesto non è più di essere un professionista nel senso comune del termine: qualcuno che propone un determinato ventaglio di servizi, aventi certi obiettivi, in cambio di una mercede connessa alla capacità di ottenere il risultato. Ora si tratta di mettersi al servizio di un Piano più ampio e di affidarsi a una Regia che non è più strettamente nelle mie mani.
Nel Bhagavad Gita, uno dei grandi libri sacri dell’Induismo, è descritto il percorso cosiddetto del Karma Yogi, cioè colui che compie un’azione perché sente in cuor suo che è quella giusta, ma si disinteressa del fatto di ottenerne il risultato. È stato il modo del Mahatma (che significa Grande Anima) Gandhi, il quale dell’insegnamento del Bhagavad Gita (che significa Il canto del Divino) era un devoto seguace.
Ora si tratta di raccogliere il frutto della semina durata decenni di vita ed esperienza, impastarla con il sudore della pratica e delle lacrime versate, farla lievitare con la pazienza fiduciosa e cuocerla al fuoco dell’amore. A quel punto il pane può essere spezzato con chi ne ha fame. Cosa ne farà chi se ne nutre e quali esiti ne discenderanno non è dato sapere. Il panettiere non sa cosa sarà del suo pane, ma ogni notte lo cuoce con amore e fiducia che esso sarà buono, e servirà a uno scopo nobile che gli sfugge completamente.
Primo passo, lasciar andare la paura
Confesso, nel mettere nero su bianco le riflessioni sortite da questo lavoro di indagine interiore profonda, sento un po’ di paura farmi tremare i polsi.
La paura più grande è quella di lasciar andare il controllo, dopo una vita educata a raggiungere un controllo sempre più perfezionato. La seconda, subito dietro la prima, quella di esser caduto in un tranello insidioso dell’ego. Visti i precedenti “sacri” del pane, queste son parole che pesano.
Ma se la regia cui mi affido è veramente la Regia, allora tutto andrà per il meglio. Non sarò io a cercare le persone affamate, né a decidere in che modo dovranno mangiare. Una volta deciso di mettere a disposizione tutto quel che si è accumulato, strutturato, cucinato lungo il mio cammino di vita, esso sarà a disposizione, in ricette di volta in volta adatte a nutrire la persona nel modo più appropriato. La sola cosa che conterà veramente sarà quanto la mia visione, e la fede in essa, saranno salde e profonde.
Il risultato per la persona che se ne nutrirà sarà il suo ritorno a sé, attraverso vie e in modi che non starà a me decidere.
Perché il leader deve essere pane
A questo punto basta parlare di me e di quel che ha significato per me la rivelazione seguita al dono prezioso di quella persona cara. Potrebbe esser poco interessante per i lettori di questo blog. Vediamo invece perché questo tema è importante per qualunque leader.
Infatti, da molti anni mi occupo di leadership e dei temi legati alla responsabilità di chi ha influenza sulla vita di altre persone. Ho assistito imprenditori, dirigenti, medici e terapeuti vari, politici, organizzazioni e istituzioni. Ma sono stato anche io stesso responsabile dell’aiuto diretto a persone in sessioni e percorsi individuali di coaching. Ho cercato per anni l’essenza di tutti questi ruoli, indipendentemente da chi li ricoprisse. Ora mi è chiaro.
Essere pane, essere nutrimento per la vitalità e la crescita delle persone di cui si ha la responsabilità mi pare sia veramente l’essenza della leadership. Non importa se sei l’AD di una multinazionale o un padre o una madre di famiglia. Quando la Vita ti dà la responsabilità di (e potere su) altre persone, ti sta chiedendo di essere pane.
Nutrire le mille e mille luci
L’abilità di un leader, o di chi esercita una professione di aiuto come il coach o il medico, consiste nell’offrirsi affinché le persone di cui si accetta la responsabilità scoprano e manifestino il loro brillio speciale. Ognuno ha la sua Luce e ognuno va aiutato a esprimere il meglio di sé, non a replicare la frequenza luminosa del leader. Né, nel caso del coach o del medico, deve divenire la persona, o avere il concetto di salute, di questi.
Una leadership eccellente è quella che sostiene le persone a scoprire chi sono, nella loro più vera essenza, e a esprimerla. Un terapeuta eccellente è colui che mette a disposizione tutto il proprio sapere e la propria esperienza alla persona sofferente per aiutarla a trovare la propria strada verso la salute, o uno star bene accettabile.
Un leader, o un “aiutante” eccellente, non ha aspettative egoistiche sulle persone, non vuole creare dei cloni di se stesso. Sarebbero comunque dei cloni fallati, perché ciascuno di noi è un essere unico e irripetibile. Inoltre, poiché ha rispetto per le persone di cui è responsabile, le considera esseri in possesso di dignità e aventi diritto a essere se stessi. L’organizzazione diretta da un vero leader brilla dell’insieme di mille e mille luci differenti, nessuna uguale a quella del leader.
Nutrire con una visione forte
Se il leader – qui assimilo gli altri ruoli a quello di leader, per semplificare il discorso – non deve creare cloni di se stesso, come la mettiamo con la sua visione? Come fare a coinvolgere altre persone nella collaborazione a realizzare la mia visione?
La risposta la troviamo nella conoscenza antropologica dell’Uomo. Noi siamo esseri sociali, animati da un innato desiderio di migliorare la condizione della nostra comunità. Questo risale alla notte dei tempi, quando vivevamo in piccole tribù di cacciatori-raccoglitori. Un modo di essere e vivere che è durato così a lungo – almeno 200.000 anni) da essere inscritto nel nostro patrimonio più profondo.
Quindi, chi vuol essere un leader eccellente, deve possedere una visione così forte che il suo progetto sarà benefico per tutti da suscitare nelle persone il desiderio di contribuirvi con il meglio di sé. In altri ruoli, ad esempio il terapeuta, la convinzione sarà così forte e radicata, lo spirito di servizio così umile e potente, da trascinare e motivare l’assistito anche oltre gli effetti diretti previsti (per esempio con un effetto placebo).
In altre parole, la dote del leader che trascina le persone è la sua fede nella propria visione. A quel punto, come il Karma Yogi, potrà lasciare che la visione di cui offre il nutrimento all’altro risvegli in esso il suo proprio sé, permettendogli di offrire a sua volta il meglio.
Vuoi scoprire che sapore ha il tuo pane?
Ognuno di noi, al suo livello e nel suo campo, ha la possibilità di essere pane. Non ci sono limiti a ciò che possiamo offrire al nostro prossimo e al bene comune. Ogni ricetta è benefica, purché eseguita con amore: la pagnotta, lo sfilatino, il grissino, la rosetta… ci sono più di otto miliardi di “tipi di pane” sulla Terra.
Per scoprire il tuo scrivimi a federico@federicofioretto.biz per fissare un incontro conoscitivo gratuito; scopriremo insieme se e come posso aiutarti.

