
Nutrire il mondo: che pane essere?
23/04/2026Sia fatta la Tua volontà.
Davvero siamo d’accordo?
Parole in libertà
Nella prevalente cultura europea, e in quella cristiana in genere siamo tutti stati più o meno abituati a ripetere una frase. Fa parte della preghiera fondamentale del cristianesimo, il Padre Nostro. Lo abbiamo fatto quasi tutti infinite volte, alcuni smettendo a un certo punto della vita, altri continuando a ripeterla.
La frase è l’invocazione rivolta a Dio, quindi una richiesta precisa al Potere Supremo, e suona così: “sia fatta la Tua volontà”. È inserita in un contesto che grossomodo intende estendere l’invocazione a un “sempre e dovunque” totalizzante. Chiediamo a Dio che sia fatta la Sua volontà, e implicitamente dichiariamo che qualunque essa sia a noi andrà bene; ci impegniamo a rispettarla di buon grado, inchinandoci.
Dopodiché, se c’è una cultura che ha fatto e sta facendo di tutto per forzare la mano alla Natura e al flusso della vita, è proprio la nostra. Ciò sia al livello collettivo, di società – ma la cosa non mi interessa qui – sia a livello individuale. Temo che abbiamo preso l’abitudine di pronunciare quelle parole, per così dire, in libertà. In pratica, le pronunciamo, ma non ci sentiamo intimamente impegnati a darvi seguito.
Vivere altrimenti
In realtà, un gran numero di persone vive esattamente in un perenne tentativo di sovvertire l’ordine naturale della vita. Quest’ultimo è forse l’aspetto più evidente, l’unico a noi percepibile, di una possibile volontà divina.
Prendiamo per esempio il trascorrere del tempo e il nostro naturale invecchiamento. Non c’è una società come la nostra che sia ostile all’idea dell’invecchiamento. Prosperano sia gli eminenti chirurghi che ricostruiscono simulacri di eterna giovinezza – spesso in realtà impietose denunce della vecchiezza sottostante – sia i ciarlatani che propongono magie di poco prezzo, come creme e tinture.
Gli acciacchi che la Natura spesso ammannisce con il passare del tempo e l’uso che facciamo del corpo, devono essere nascosti, soppressi, evitati. Cedere al tempo che passa e manifestare una sopravvenuta fragilità è una sconfitta, quasi una colpa. Per non dire di un uomo che è vecchio inventiamo sciocchezze come diversamente giovane. Considerando che nelle culture originarie dell’umanità i vecchi erano le persone più importanti della comunità, abbiamo fatto dei bei passi indietro!
Guai morire!
Non parliamo poi della morte del corpo fisico, unica certezza nell’esistenza di tutti noi; essa deve scomparire dall’esperienza e dal discorso pubblico fino al ferale momento. Non se ne parla nell’esperienza personale, si evita accuratamente di confrontarsi con la nostra mortalità nella vita sociale.
Si evita del tutto il tema della morte, seppure simbolica, anche nel contesto delle organizzazioni attraverso le quali svolgiamo le nostre attività. Ne ho parlato recentemente in una puntata del mio podcast SustainabiliTALKS© con Silvana Carcano.
Anche qui “sia fatta la Tua volontà” è in realtà uno stato d’animo completamente dimenticato. In Natura, e anche nelle organizzazioni umane, la vita è continua trasformazione. Ci sono continue “morti” di ruoli per esempio, o prodotti e servizi. Invece, ruoli, posizioni, modelli di organizzazione, prodotti e approcci si pretende restino immutati. Ciò perché lo sconvolgimento dello status quo che deriva da cambiamenti così radicali come la “morte” di qualcosa ci fanno tremare le vene ai polsi.
Eppure anche qui il fluire della vita in un presente che continuamente si trasforma è ciò che vi è di più sano.
Imparare dagli animali
Recentemente ho rifatto un’esperienza comune a chi ama e possiede animali: ho accompagnato al trapasso uno dei mei cani. Premetto che ai miei animali permetto di “restare animali”, cioè non ne faccio sostituti di figli ormai cresciuti, o di altri mai arrivati. Restando animali pur vivendo in prossimità di umani, mantengono molti aspetti della loro naturalezza.
Quando ne muore uno, capita spesso nella vita di noi umani di veder morire cani e gatti in quanto vivono molto meno di noi, possiamo notare un fenomeno che a noi può sembrare strano: quelli che restano, non si sconvolgono particolarmente.
Faccio sempre in modo che i viventi si accorgano del trapasso, possano annusare il loro compagno che se n’è andato, cosicché il fatto sia loro noto. Tuttavia, gli animali che restano sembrano reagire con un “ah, ok”, e nulla più. Proseguono la loro esistenza come nulla fosse. Curiosamente, si comportano secondo l’insegnamento di molti Maestri spirituali che hanno camminato sulla Terra. Vivono una placida atarassia, come il saggio liberato dalle passioni. Dobbiamo forse imparare da loro?
Riflettere sulle parole
In ogni caso, senza andare su un tema definitivo come la morte, credo sia opportuno abituarsi a riflettere sulle parole che usiamo. Personalmente, ritengo che quella frase, “sia fatta la Tua volontà” sia il fondamento di una vita non solo caratterizzata dalla fede, ma serena e costruttiva. La fede si può avere e non avere, è una questione del tutto personale a mio avviso. Non deve nemmeno essere necessariamente fede in un Dio.
Se traduciamo il concetto di volontà divina con il più neutro la realtà per ciò che è, diviene più evidente la natura del potenziale beneficio. Infatti, nulla possiamo fare per mutare la realtà del momento presente: esso è tale qual è. Rifiutarlo, ritenerlo sbagliato, lottarvi contro come se si trattasse di un errore o della perfidia del destino “cinico e baro” non serve a nulla; e non solo.
Rigettare ciò che la vita ci offre momento per momento non solo non lo fa mutare, ma ci fa consumare un sacco di energie inutilmente. Al di là dell’aspetto teistico, accogliere con convinzione la realtà per come è permette di agire al suo interno nel modo più efficace. Accogliere NON vuol dire “che bello che sia così, come sono felice!”. Significa prendere atto di ciò che è, riconoscendo alla Vita una sua logica saggia e razionale.
La saggezza della Vita
Certo che la Vita ha una sua logica saggia e razionale. Hai mai riflettuto che, esistendo da miliardi di anni in innumerevoli forme, probabilmente “sa quel che fa”? Potresti anche credere che ciò sia per puro caso. Anche da quel punto di vista, tuttavia, dovresti ammettere che quel caso ha una fortuna sfacciata; quindi, come quando accanto al tavolo da Black Jack cerchi un giocatore fortunato sul quale puntare, forse val la pena di darle credito.
La vita dunque ha una sua logica che tende alla propria continuazione nel modo più efficace, quindi diciamo al suo benessere. Da questo possiamo far discendere che quanto accade sia per il massimo bene dei soggetti coinvolti; ciò anche senza ricorrere a concetti come la bontà o il divino amore. Prendiamolo come semplice logica della massima efficienza.
Ecco quindi una buona ragione per accogliere ciò che la Vita ci propone di momento in momento come il meglio per noi in quell’istante. Da lì, se non ci piace, possiamo agire per migliorare il nostro stato, la nostra condizione. Ma possiamo farlo soltanto partire da ciò che è, senza minimamente lottargli contro. Accogliendo la realtà, possiamo agire concretamente per trasformarla in un senso più desiderabile. Se ti siedi al tavolo del tressette non è che quando ti danno le carte se non ti piacciono passi il tempo a lamentarti; prendi nota e da lì ti concentri a giocare la tua partita al meglio con le carte che hai. Prova a immaginare il risultato se giocassi fingendo di avere altre carte…
Accogliere: la parola chiave
Nei primi passi alla ricerca della saggezza, mi era stato insegnato che bisognava accettare il presente. Per molto tempo ho usato quel termine, ma non ne ero completamente convinto. Nell’accettare è in qualche modo sotteso un concetto di sgradevolezza: accetto qualcosa di spiacevole che non posso rifiutare, come se mi ci rassegnassi.
Elaborando su questa perplessità con l’aiuto della mia compagna di allora ne uscì il suo suggerimento di utilizzare il verbo accogliere. Quel giorno si è sciolto qualcosa dentro di me: passare dall’accettazione all’accoglienza mi ha dato un nuovo senso di rilassamento, una voglia di aprire una porta più grande alla vita.
Nel cercare etimologia e significato del verbo accogliere ho trovato una definizione molto interessante su questo sito. Nella definizione offerta è contenuto questo concetto: chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l’altro diventando un tutt’uno con lui. Trovo affascinante l’idea che se accolgo il presente per come è posso fondermi con esso, dunque diventare parte della vita.
Tornando all’originario concetto di sia fatta la Tua volontà, ancora più affascinante è pensare che se accolgo la volontà divina ne divento parte. Quanto potere avrò dunque a quel punto per trasformare il presente in un futuro più desiderabile? La domanda è ovviamente retorica.
Dalle parole ai fatti
Fin qui ho ragionato, sviluppando un discorso, mettendo in fila un sillogismo. Adesso viene la parte difficile. A tutti noi capitano giornate, annate, a volte vite che sono diverse da come vorremmo che fossero. Non tutto ciò che accade nella nostra esistenza terrena va secondo i nostri piani, in accordo ai nostri desideri. La nostra volontà spesso si deve piegare a un presente che sembra ignorarla, perfino sfidarla.
Come ne veniamo fuori, il più serenamente possibile? Ebbene, credo che una seria applicazione all’accoglienza del presente per quello che è, ovvero della Sua volontà, per chi ci crede, sia un’ottima medicina.
Ancora una volta devo sottolineare che accogliere il presente non significa approvarlo, o farci andar bene situazioni che sono lontane da quelle desiderate. Significa prendere atto che la vita ci ha dato certe carte, e con quelle mettersi all’opera in direzione dei nostri obiettivi. È dal presente reale che possiamo mettere in gioco la nostra volontà, l’impegno, l’intelligenza per realizzare i nostri desideri.
Star fermo: le carte più difficili
C’è un caso particolare in cui la vita rende particolarmente difficile accettare la sua distribuzione di carte. Almeno per me: quello in cui tutto ti dice che è il momento di stare fermo, non far nulla e attendere che le circostanze maturino per muovere nella direzione voluta.
Eppure a volte la cosa migliore per noi è proprio quella di stare esattamente nelle circostanze in cui ci troviamo. Qualcosa deve maturare; cambiando la situazione perderemmo l’opportunità di acquisire una qualche saggezza,, di fare un passo avanti nel risveglio della nostra coscienza. Raggiungere un obiettivo o realizzare un risultato in un dato momento potrebbe impedirci sviluppi più interessanti per il progetto più ampio della nostra incarnazione: quello per il quale la nostra anima ha scelto di essere qui, sulla Terra, in questo tempo.
Come facciamo a sapere quando la Vita ci sta suggerendo di restare dove stiamo, senza diventar matti per mutare la nostra condizione? Nella mia esperienza lo strumento per discernere in questo caso è in primo luogo un sentire allenato. Quando alleniamo il nostro sentire esso diviene poi uno strumento affidabile. E poi c’è l’onestà intellettuale di riconoscere quando abbiamo fatto tutto quello che sapevamo per mettere in moto il cambiamento e ancora nulla si muove. Allora invece di disperarsi e prendersela con il solito destino cinico e baro, la cosa giusta da fare è dar fiducia alla vita e accogliere la Sua volontà.
Provare… per credere
Mi rendo conto che per qualcuno il quale ritenga che la vita sia soltanto un puro caso e non ci sia un motivo per essere qui, né una realtà precedente al mondo fisico e senza tempo, questo ragionare possa essere inaccettabile. Mi dispiace, ma non posso farci nulla. Per quanto mi riguarda, è soltanto con quella premessa che trovo una logica nel mondo.
Negli anni della mia ricerca di una maggiore saggezza ho approfondito la storia e l’insegnamento del Mahatma Gandhi. Una delle cose che in lui mi ispiravano particolarmente era il suo approccio scientifico alla vita. Nonostante egli fosse persona di profonda fede religiosa, si confermò più volte un devoto Indù, egli non seguì nessun precetto religioso che non fosse confermato dalla sua ragione e dalla sperimentazione nella vita pratica. Da lì, ad esempio, la sua lotta contro l’intoccabilità.
Quindi, così come per me stesso dar corpo di carne all’impegno di rispettare la Sua volontà, ovvero di accogliere il presente per quello che è, è sperimentazione quotidiana che sia effettivamente il meglio per me, così consiglio al lettore o alla lettrice di questo articolo di fare.
Come raccontai nel primo capitolo del mio libro “Corresponsabilità”, ormai introvabile, io deduco le Leggi della Vita da una ricerca empirica quotidiana. Una volta che ho compreso il funzionamento di una Legge, cerco con il massimo impegno di metterla in pratica. Pur nella umana fallibilità, cui non faccio eccezione, finora mi è andata abbastanza bene, e consiglio anche a te di provarci; almeno un po’. In bocca al lupo!
Se vuoi una mano…
Se pensi di volere una mano ad accogliere la vita per come ti si presenta, e da lì iniziare a operare per un cambiamento verso qualcosa di più desiderabile, scrivimi pure a: federico@federicofioretto.biz. Vedremo insieme se e come posso aiutarti a dire con convinzione “sia fatta la Tua volontà”.

