
Sia fatta la Tua volontà. Davvero?
07/05/2026Motivare al cambiamento
con il Metodo CASE®
Il primo passo
Diceva il Mahatma Gandhi “Un cammino di mille miglia inizia con il primo, singolo passo”. Che la citazione sia originale o che lui stesso avesse preso la frase da una saggezza millenario, si tratta di una verità inconfutabile. Motivare al cambiamento, ovvero a questo primo passo, è uno dei ruoli fondamentali di un buon coaching.
Non a caso si tratta di un contributo fondamentale. Infatti, muovere quel primo passo è spesso difficile come spostare una montagna.
La montagna è fatta di paure, convinzioni, programmi educativi e culturali, zavorre ereditate dalle genealogia, per chi ne conosce i meccanismi aggiungiamo pure il Karma individuale e collettivo… Sono molti gli ostacoli che si frappongono fra la persona, o la squadra, e un cambiamento verso maggior benessere e prosperità.
Vedere la realtà
Uno dei primi passaggi sui quali il coach può intervenire a sostegno è la percezione corretta della realtà. In effetti, il primo dei 9 passi del Metodo CASE® per le transizioni è la verifica dei fatti.
Senza una corretta percezione della situazione esattamente come è, la paralisi è molto probabile. La tendenza innata a una certa prudenza tende a farci percepire maggiormente le minacce e le difficoltà rispetto alla realtà fattuale. Se poi ci sono anche dei preconcetti o dei programmi educativi o culturali all’opera, sarà ancora più probabile che non compiremo quel primo passo.
Il coach è esente dai pregiudizi e blocchi specifici della persona assistita. Non perché sia un genio o un illuminato; semplicemente, ognuno di noi è una persona completamente diversa e affronta sfide specifiche. Il coach avrà le sue nella propria vita privata e professionale; generalmente, avrà a sua volta un coach o un supporto esterno, dal momento che ne comprende pienamente l’importanza vitale.
Motivare al cambiamento
Una volta asseverata la realtà dei fatti, il coach aiuterà la persona a valutare le forze e gli strumenti a disposizione per agire nella direzione desiderata. Ove sembrino mancare, si troveranno i modi di procurarli, oppure di ridefinire l’ampiezza o la direzione del cambiamento.
L?aiuto del coach è utile anche a definire transizioni e cambiamenti che sono alla portata del cliente. Molto meglio ottenere un risultato a furia di piccoli successi progressivi che tentare un “colpo grosso” fuori portata e scornarsi in un fallimento demoralizzante.
Il senso di efficacia è un pilastro dell’autostima e della forza interiore che ogni persona necessita per affrontare la vita in modo costruttivo e, appunto, efficace. I successi, anche piccoli, lo rafforzano e aumentano il potenziale che la persona è in grado di attivare per passi successivi.
Motivare al cambiamento consiste nel rendere consapevole il cliente o la sua squadra che il cambiamento ipotizzato è fattibile e che realizzarlo non comporterà effetti indesiderati sproporzionati. Non ho detto che non ne comporterà…
Far felici gli altri non è l’obiettivo
No, far felici gli altri non deve mai essere un obiettivo del cambiamento. Nemmeno renderli infelici lo è, sia chiaro. Il fatto è che la prima responsabilità di ciascuno è verso se stesso. Lo dice con altre parole anche il Vangelo quando raccomanda di “amare il prossimo COME noi stessi”. In pratica, ci viene data la misura nella quale è raccomandato prendere in considerazione il nostro prossimo: quanto lo facciamo prima con noi stessi. Altrimenti, come faremmo a sapere “quanto dobbiamo”?
Parallelamente, nessuno può pretendere che per essere felice qualcun altro si debba limitare nel perseguire i propri obiettivi di vita. Siamo chiari: questo significa che se sento in cuor mio di voler cambiare lavoro, o andare fuori di casa, o lasciare un compagno, nessuno ha il diritto di impedirmelo minacciandomi la propria infelicità se lo facessi.
Ho scritto che non ne ha il diritto; ovviamente tutti sappiamo che queste minacce esistono, fanno parte delle dinamiche relazionali tra persone. Ma sono prive di “legittimità morale” per così dire. Abbiamo il diritto di seguire il nostro cuore senza limitarci perché qualcun altro potrebbe non essere contento dei cambiamenti che apportiamo nella nostra vita.
Un supporto fondamentale
Più delle difficoltà logistiche, economiche, fisiche o altre, i vincoli emotivi e morali sono gli ostacoli più forti al cambiamento che le persone incontrano. L?ho visto centinaia di volte nella mia attività di aiuto alle persone o ai team.
Ed è proprio qui che l’aiuto del coach, il suo sostegno esterno ma intimo, si rivela spesso indispensabile e risolutivo. Non è un caso che questa attività abbia preso il nome da una professione, quella di allenatore sportivo; il coaching può dare lo stesso tipo di supporto che gli allenatori possono dare a un atleta di grande talento ma in difficoltà psicologica, oppure a una squadra piena di talenti ma demoralizzata.
Quanti film abbiamo visto nei quali si parla dei “miracoli” che squadre o atleti hanno fatto sotto la guida di allenatori leggendari? Perché allenatori come Pat Riley o Julio Velasco sono leggendari? Perché conoscevano le tecniche di gioco, certo. Ma soprattutto il loro aiuto era diretto a far esprimere il talento degli atleti o dei team che si sono affidati a loro.
Infine, lasciar andare
Una volta accompagnata e sostenuta la persona o la squadra nella transizione alla situazione post cambiamento, il coach deve lasciarla andare. Questo significa innanzi tutto che il sostegno viene dato a cambiamenti e transizioni che siano esattamente alla portata del cliente e che questi sia in grado di effettuarli con le proprie forze e i propri mezzi, a ogni livello.
Se il coach cerca di trasformare il cliente in qualcuno di simile a sé, spingendolo verso visioni e obiettivi che sono propri, tarati sulle sue forze, compie un grosso errore. Di più: si tratta di una violazione di un principio deontologico fondamentale.
Per poter lasciar andare il cliente una volta avviato lungo il sentiero bisogna quindi che il cammino intrapreso sia alla sua portata. Il cliente, il coachee, come si dice, una volta avviato deve essere in grado di fare il percorso con le sue gambe anche nel caso che il coach scompaia del tutto.
Questo non significa che un momento di verifica, un aggiustamento, un consiglio o una rassicurazione siano del tutto fuori luogo. Anche questo può fare parte di un sostegno corretto strada facendo ma nell’essenza, è l’atleta che è in campo, non l’allenatore.
Se vuoi approfondire
Se vuoi approfondire come potrei aiutarti nell’effettuare con successo cambiamenti e transizioni che senti di voler effettuare in questo momento, scrivimi a federico@federicofioretto.biz e vedremo se e cosa posso fare per te.

