L’Alba di un Nuovo Mondo – Parte Prima

Inizia oggi la pubblicazione di una breve serie di 5 articoli che delineano con chiarezza la Visione e gli scenari futuri di sviluppo delle imprese e del management per il mondo “post-Coronavirus”, ovvero nell’Era del Climate Change. Con l’indicazione di 15 AzioniPrioritarie per l’impresa nel quarto articolo.

 

Prima Parte: il Contesto

Le generazioni viventi alla “pandemia” da Covid-19 del 2020 saranno testimoni della nascita di un Nuovo Mondo, e dello sgretolamento di un paradigma globale che sembrava invincibile e travolgente.

Non perché non vi siano stati nella breve storia dell’umanità altri eventi epidemici importanti, senza contare i massacri di decine di milioni di persone alla volta che si sono inflitti gli esseri umani stessi tra loro. Ma mi pare non vi sia mai stato un evento che abbia causato uno choc così profondo a un intero sistema di credenze e valori nel breve volgere di qualche settimana. 

Nulla sarà più come prima. I radicali cambiamenti conseguenti avranno riflessi profondi anche sull’approccio alla sostenibilità nelle imprese e nell’economia in generale. Perché?

L’epidemia di Covid-19 sta ricordando agli esseri umani tutta la loro fragilità, la vulnerabilità di fronte alle Leggi della Natura, sottolineando brutalmente i limiti invalicabili dei nostri poteri. Passerà, ma saremo profondamente cambiati. Se non cambieremo il nostro destino sarà segnato.

Fino a oggi, per secoli, abbiamo avuto fede nel dominio dell’Homo Faber, “l’Uomo come artefice, capace di creare, costruire, trasformare l’ambiente e la realtà in cui vive, adattandoli ai suoi bisogni.” L’attuale “pandemia” è una patente dimostrazione che NON SIAMO IN GRADO di dominare l’ambiente e adattarlo ai nostri bisogni. La speranza di sopravvivenza della nostra specie è nel paradigma opposto: il nostro adattamento all’ambiente, per soddisfare i nostri bisogni rispettando quelli dell’ecosistema.

In un recente articolo pubblicato da Business Insider, su citano alcune considerazioni del dott. Giuseppe Miserotti, medico di grande esperienza, già Presidente di Ordine e membro di ISDE (Ass. Medici per l’Ambiente), che connette con lucidità Cambiamento Climatico, modifiche all’ecosistema e salute umana: Diverse altre fonti scientifiche correlano Climate Change e rischi per la salute umana (ad es. Dr. Aaron Bernstein, https://insideclimatenews.org/news/11032020/coronavirus-harvard-doctor-climate-change-public-health).

Partendo dall’analisi biologica ed epidemiologica, giunge in sostanza a una conclusione che è di una potenza straordinaria: la velocità dei cambiamenti che abbiamo imposto e stiamo imponendo all’ecosistema non permette alla nostra biologia di adattarsi. In pratica, se non la piantiamo rischiamo seriamente di suicidarci come specie.

Per evitare equivoci sottolineo che NON sto sostenendo, né l’articolo citato lo fa, che il Covid-19 sia la “minaccia finale”: stiamo calmi.

Considero invece che da “domani”, quando riprenderemo le nostre attività, lo faremo in un quadro radicalmente mutato, principalmente nel rapporto con il Contesto.

Fino a oggi, le attività umane agivano sul contesto in modo da sfruttarlo al massimo, modificandolo e adattandolo per espandersi continuamente, in quantità e “qualità” (discutibile!). I bisogni umani, veri e indotti dal marketing, erano il focus dello sforzo, l’ecosistema un elemento passivo del paradigma: una fonte di risorse da sfruttare al minor costo possibile, indefinitamente.

D’ora in avanti dovremo considerare il Contesto come il centro delle nostre attività, un elemento finito e un sistema complesso sostanzialmente immutabile nei “tempi umani” se vogliamo che l’ecosistema rimanga adatto alla nostra esistenza in vita. E qui arriviamo alla Sostenibilità “pre e post Covid-19”.

Fino a oggi, la Sostenibilità è stata considerata perlopiù un Nice to Have, qualcosa che faceva bene al business in quanto solleticava i consumatori nel punto tenero di una sensibilità ecologista in via di sviluppo. Era, in pratica, il più recente spin degli uffici marketing. Solo pochissime aziende hanno visto in essa un elemento essenziale per la continuità della propria attività e per la tutela e il miglioramento delle loro performance. Il focus quasi esclusivo sugli aspetti finanziari delle attività economiche, e la teoria ancora prevalente dello Shareholder Value hanno mantenuto la barra sui risultati economici a breve e su gestioni aziendali super tradizionali. 

Qualche impresa ha abbracciato l’idea che scopo di un business non sia solo il profitto, ma anche generare qualche altro tipo di effetto positivo; benissimo. Francamente non mi pare vi siano tanti esempi in giro di ripensamento radicale del modello di business.

Fino a oggi, la stragrande maggioranza della “Sostenibilità”, così come dello “Sviluppo Sostenibile” è stata sostanzialmente greenwashing.

Quando va bene, l’impresa prende in considerazione “progetti di sostenibilità”, ciò che il mio mentore di Harvard, Bob Pojasek, uno dei maggiori esperti al mondo di sostenibilità integrata, aborre sopra ogni cosa: i random acts of sustainability. Azioni che concernono aspetti singoli, normalmente ambientali o energetici, dell’attività di un’impresa la quale per tutto il resto rimane business as usual, lasciando sostanzialmente invariato l’impatto globale della propria attività e le conseguenze del proprio modello economico sull’ecosistema.

Ci saranno forse qualche centinaio d’imprese al mondo che hanno preso sul serio la faccenda, ripensando e modificando il proprio modo di stare nel mondo. Tra le grandissime forse le contiamo sulle dita di una sola mano.

Le misure drastiche prese da diversi Stati in relazione alla “pandemia” Covid-19, cioè a un fenomeno tutto sommato di rilevanza ridotta (con tutto il rispetto dovuto alle singole persone colpite o dalla sindrome influenzale o dall’inadeguatezza colpevole del sistema sanitario), sono “acqua e zucchero” rispetto a quelle che si dovranno prendere fra poco a fronte dei cambiamenti climatici e alle loro conseguenze.

Chi ha un po’ di familiarità con il mondo agricolo e la filiera alimentare sta osservando da qualche anno gli effetti accelerati del riscaldamento globale.

Chi opera in campi direttamente impattati dai fenomeni migratori di massa, o li segue per interesse e sensibilità personale, ha almeno iniziato a comprendere come non esista più un “altrove” su cui scaricare “esternalità negative” e l’”Effetto Farfalla” sia ben più che una frase simpatica da stampare sulle T-shirt degli adolescenti.

Finora, nonostante la scienza abbia parlato chiaramente e lo stia facendo ormai da anni, con montagne di dati e un “consenso bulgaro”, le classi dirigenti politiche ed economiche hanno in gran parte fatto finta di nulla, al massimo elaborato proclami, preso solenni impegni senza sanzioni per la loro violazione e sostanzialmente lasciato andare la situazione di male in peggio.

Ma quando le guerre per l’accesso all’acqua diverranno globali, per accennare a un possibile futuro, o quando centinaia di milioni di persone migreranno per cercare la sopravvivenza, non “la pacchia”, quando i raccolti alimentari diventeranno aleatori in gran parte delle zone oggi temperate e il grano diverrà una commodity rara, quando le mutazioni del clima altereranno i cicli biologici a una velocità cui molte specie non potranno adattarsi, allora rimpiangeremo le limitazioni della crisi Covid-19. 

Catastrofismo? O realismo a partire dai dati dell’IPCC? 

Chi vorrà davvero giocarsela alla roulette russa tra queste due possibilità?

È ora di cambiare passo. 

Cosa questo comporterà per le imprese e le loro leadership lo vedremo nei prossimi articoli.

Fine della prima Parte di 5