ONG e imprese: la Sostenibilità si completa

Prosegue la serie delle mie interviste ai leader della sostenibilità, individuati fra colleghi, amici e clienti, oppure semplicemente imprese e organizzazioni che incontro nella mia attività di imprenditore, divulgatore e consulente sul tema.

Ho scelto imprese seriamente impegnate nel perseguimento della sostenibilità, grandi e piccoli, i quali hanno accettato di condividere considerazioni strettamente aziendali su temi specifici per essere di aiuto ad altre imprese e professionisti.

Nella serie vi sono tra gli altri Mitsubishi Electric, Bolton FoodIKEABarilla e Pirelli con i loro massimi rappresentanti nell’ambito della Sostenibilità. Ma non solo imprese…

Questa volta l’intervista è a una ONG globale, OXFAM, con l’obiettivo di comprendere l’importanza, le criticità e l’opportunità di un maggiore impegno sul fronte della componente sociale della sostenibilità, troppo spesso ancora trascurata nel dibattito e nelle azioni delle imprese.

Come sempre in questa serie, il fine ultimo è quello di contribuire al confronto e favorire l’apprendimento di nuovi e più efficaci modi per integrare la sostenibilità nelle strategie core e in tutti i processi delle imprese e delle organizzazioni.

Ecco cosa mi ha detto Marta Pieri, Head of Corporate Partnerships di  OXFAM Italia:

D: Capisco che dal punto di vista di una NGO internazionale focalizzata sui temi sociali e dei Diritti Umani il mondo delle imprese, anche di quelle che guardano seriamente alla Sostenibilità, è ancora carente dal punto di vista della considerazione dell’Impatto Sociale. Vuoi spiegarmi meglio la situazione?

R: Il settore privato gioca un ruolo fondamentale per lo stato di benessere della società se pensiamo che è il principale fornitore di posti di lavoro a livello globale, con persone in tutto il mondo che dipendono dalle aziende per il loro reddito. E il rispetto dei diritti umani è una responsabilità che tutte le aziende hanno. Centinaia di milioni di persone che lavorano nelle catene di fornitura internazionali vivono spesso in condizioni di insicurezza, retribuzione insufficiente e cattive condizioni di lavoro. Ma mentre il concetto di Diritti umani è tanto semplice quanto potente (tutti gli esseri umani hanno il diritto di essere trattati con dignità), non è altrettanto immediato il collegamento tra una decisione manageriale, un particolare modello di business e l’impatto che questi possono avere sulla vita delle persone.

D: Dal tuo punto di osservazione privilegiato, di chi si occupa istituzionalmente delle partnership con le imprese, quali sono secondo te le ragioni della maggior attenzione, in certi casi esclusiva, che riscuotono gli aspetti ambientali della sostenibilità?

R: D’impatto delle aziende sull’ambiente si parla da decenni (chi si ricorda l’Agenda 21?) e in riferimento all’ambiente si sono sviluppate metriche molto solide, che lasciano poco spazio all’interpretazione e dove il legame causa-effetto è molto razionale. Quando però chiedi ai manager di uscire dai numeri (emissioni, metri cubi, tonnellate, percentuali…) che determinano le loro performance ambientali per parlare “di analisi e monitoraggio dell’impatto sui diritti umani” li costringi ad uscire dalla loro confort zone e gli chiedi di misurarsi con concetti spesso poco familiari e non immediati (“perché le politiche interne di incentivi e bonus della nostra Area Procurement dovrebbero avere a che fare con la salute dei fornitori dei miei fornitori?”).

Le aziende con cui collaboriamo in questo momento sono arrivate a voler affrontare il loro impatto sui temi sociali dopo che hanno già lavorato molto sugli aspetti ambientali, è una sorta di percorso. Ma va bene così, è un esercizio di analisi che predispone comunque bene.

D: Cosa spinge invece, nella tua esperienza, un’impresa a cercare un rapporto di partnership con un’organizzazione come Oxfam?

R: Oxfam ha verso il settore privato quello che definiamo un multifaceted approach (approccio poliedrico). Verso le aziende più “ritardatarie” facciamo pressione con campagne pubbliche per cambiare e prevenire politiche e pratiche che danneggiano (anche involontariamente) i lavoratori; con le aziende leader invece lavoriamo per sostenere il cambiamento, trasformando l’ambizione in pratiche vere e proprie per creare soluzioni durature, mostriamo ciò che è possibile per esplorare e sostenere alcune delle politiche più progressiste per consentire alle imprese di ottenere risultati più responsabili e inclusivi.

Con tutto il settore privato abbiamo un approccio di incoraggiamento verso le buone pratiche e spingiamo le aziende a rendere conto pubblicamente degli impegni e dei progressi, è molto utile e ne beneficia tutto il settore. Qualsiasi tipo di collaborazione deve portare a un miglioramento sul modello di una transformative partnership.

Da parte sua Oxfam ha una forte esperienza e una profonda comprensione dei meccanismi che sottostanno alle condizioni di povertà o comunque di disagio delle comunità in tutti i paesi del mondo. Oltre alla esperienza diretta di 80 anni di progetti di sviluppo, possiamo contare su team di analisi e ricerca che ci permettono di sistematizzare le evidenze che proprio i programmi nei vari paesi ci forniscono, è quello che noi chiamiamo evidence-based approach. Poter portare queste esperienze nei contesti dove si discutono strategie aziendali e si prendono decisioni che avranno comunque un impatto sulla vita delle comunità con cui noi lavoriamo è un privilegio e una grande responsabilità. Per questo la credibilità e coerenza del nostro operato è fondamentale: mettiamo sempre in chiaro ai partner aziendali che Oxfam mantiene la propria indipendenza e trasparenza. Non collaboriamo con tutte le aziende se non verifichiamo che ci siano realmente i presupposti per un cambiamento reale.

D: E voi, se lo fate, cosa intravvedete in un’impresa che può spingervi a cercare una collaborazione con essa? In questo caso qual è il vostro obiettivo generalmente?

R: Generalmente, quando avviciniamo un’azienda o un’istituzione è perché abbiamo identificato un playerimportante che potrebbe avere un ruolo significativo, sia per l’impatto nel suo specifico ecosistema di relazioni ma anche come benchmark per un intero settore. Individuiamo alcuni front runners per provare ad attivare meccanismi virtuosi di cambiamento e imitazione. Non sempre riusciamo. Ma alcuni cambiamenti sono possibili solo se portati avanti a livello di sistema (aziende, istituzioni, pubblico, società civile) per questo mentre Oxfam si muove a tutti i livelli con azioni mirate, insistiamo molto nel coinvolgimento del settore privato, perché è un attivatore fondamentale. È quello che in questo momento stiamo immaginando su alcuni distretti industriali del settore tessile-abbigliamento-accessori che in Italia sono molto concentrati in due o tre regioni, e su cui è possibile fare sistema e definire nuove pratiche che sostengano una teoria del cambiamento efficace.

D: Hai una case history di corporate partnership con Oxfam che puoi raccontarci e ritieni possa illustrare meglio il chiaro vantaggio bilaterale che può emergere da una tale collaborazione

R: Te ne racconto due nei due settori su cui Oxfam ha un focus specifico in Italia.

Era il 2015 quando una nostra collega Policy Advisor, Ethical Trade Manager è stata inviata a partecipare come membro esterno nel Responsibility Advisory Committe di Burberry, l’azienda di moda inglese.  Una combinazione di buona volontà e principi condivisi ha permesso di sviluppare un clima di fiducia reciproca. Nei messi successivi il focus di analisi, tra gli altri temi affrontati, è stato il benessere dei lavoratori e i salari nelle filiere di approvvigionamento. Analisi e numerose interviste sia interne all’azienda sia a stakeholder esterni hanno portato a delineare quello che sarebbe poi diventato un programma di eccellenza e una roadmap per il benessere dei lavoratori. Le interviste andavano ad approfondire indicatori rappresentati da affermazioni come “Mi sento valorizzato e rispettato a lavoro” o “sono in grado di prevedere il mio stipendio per il prossimo anno e pianificare le mie spese per me e la mia famiglia”.

Dal punto di vista dell’azienda si trattava di andare oltre il sistema di check list e intraprendere iniziative che potessero affrontare le questioni critiche a un livello più profondo e sistemico.

Per Oxfam era l’opportunità di testare qualcosa che andasse oltre l’auditing, raccogliere informazioni e utilizzare le cose apprese per influenzare il cambiamento sistemico nel settore dell’abbigliamento.

Comprendere le vere sfide che un’azienda deve affrontare quando tenta di fare la cosa giusta ha permesso a Oxfam di fornire informazioni e consigli più ponderati di quanto sarebbe altrimenti stato possibile.

Da questo primo percorso fatto insieme è nata poi una pianificazione strategica che ha visto allineare gli obiettivi della loro Fondazione Corporate con gli obiettivi di responsabilità dell’azienda, con una visione a lungo termine che vede combinate risorse da investire nel rafforzare la resilienza delle comunità che afferiscono alla loro catena di fornitura, con un chiaro mandato del management a lavorare sul miglioramento delle policy e delle pratiche dell’azienda stessa.

In Italia questo si è concretizzato con un programma per 200.000 beneficiari in 5 anni, che ha l’obiettivo di rafforzare la coesione delle comunità e il supporto ai giovani nell’area fiorentina (in Toscana) rinomata per la produzione di abbigliamento e accessori per il settore moda. Parallelamente in Afghanistan sosterrà l’empowerment sociale ed economico creando un’industria del cashmere più inclusiva con un reddito più stabile per 300.000 pastori.

Lavorare con Burberry per progettare e testare possibili soluzioni è stata una meravigliosa opportunità di apprendimento reciproco sulle preoccupazioni dei lavoratori e su come le aziende possono comprenderle e affrontarle meglio. E questo tipo di esperienza pratica informa poi le raccomandazioni che facciamo alle aziende quando proponiamo e sosteniamo azioni sui diritti dei lavoratori nelle catene di approvvigionamento globali.

Nel settore del Food invece, altro settore strategico per il nostro paese, nel 2018 abbiamo condotto una valutazione dell’impatto sui diritti umani (HRIA) delle catene di fornitura italiane di pomodori che riforniscono SOK Corporation, [SOK è una cooperativa finlandese parte di S Group un network aziende che operano nel settore della grande distribuzione e servizi con più di 1600 negozi in Finlandia] per supportare l’azienda ad analizzare e indagare aspetti che non emergono dal sistema di auditing già previsto.

Per sei mesi abbiamo analizzato sia le policy di SOK sia le dinamiche economiche e sociali che regolano la domanda e l’offerta di manodopera a basso costo nei campi, coinvolgendo attivamente tutti gli attori della filiera, dalle istituzioni alle associazioni di categoria, le rappresentanze delle comunità locali, e naturalmente i lavoratori agricoli impiegati nella raccolta di pomodori. Un lavoro che ha permesso di identificare le cause strutturali dietro alle principali violazioni dei  diritti umani e dei lavoratori e le opportunità di miglioramento per la filiera del pomodoro in Puglia. Il tutto seguendo la metodologia in linea con gli UNGP e fornendo raccomandazioni sui migliori approcci ad alcune pratiche per alzare gli standard. Probabilmente una delle più complete analisi fatte nel settore Food in Italia.

È stata determinante, nella identificazione delle cause di alcuni impatti, l’analisi dei meccanismi di definizione del prezzo del pomodoro e l’individuazione degli elementi (sia normativi che di prassi) che intervengono. Nella fase di pre-qualificazione ai potenziali supplier viene fatto un test sulla qualità del prodotto e viene fatto firmare un codice di condotta. Non è richiesto nessun audit per i fornitori italiani. Ai fornitori pre-selezionati viene poi chiesto di fare una prima quotazione per volumi richiesti. Nemmeno in questa fase è prevista una verifica per assicurarsi che i costi quotati siano in linea con costi di produzione rispettosi ed etici. Nel 90% dei casi si aggiudica la commessa chi ha il prezzo più basso. Nessuna verifica nemmeno nei fornitori selezionati che il prezzo del prodotto rifletta costi di produzione “civili” per non dire “responsabili”. “Una volta che entri nel processo di gara, tutto quello che vedi sono numeri e nessuno vede l’impatti che questi numeri hanno sul lavoro”, “Mi sono seduto con i colleghi dell’Area Commerciale durante le aste, e il primo prezzo che vediamo è inferiore al costo di produzione, e da li non può che peggiorare” (Trading Sustainability Staff di un supermercato italiano).

I meccanismi di definizione del prezzo sono uno degli elementi che concorrono a creare alcune violazioni molto gravi che non tengono affatto conto dei costi di produzione in Italia e di fatto forniscono le condizioni per l’aumento del rischio del “lavoro grigio”. Ed è anche un chiaro esempio di come per intervenire sia necessario fare leva su diversi soggetti/player che queste condizioni le permettono, come le istituzioni [a metà 2017 il Ministero dell’Agricoltura ha firmato un accordo volontario con Federdistribuzione e ANCD CONAD – l’associazione industriale del settore distribuzione per Food e non Food– per bandire l’utilizzo delle aste al doppio ribasso, invitando gli altri soggetti della GDO a fare altrettanto]. Alcune delle raccomandazioni finali a SOK comprendono anche indicazioni su come formare e sostenere i team del Procurement perché possano avere gli strumenti per condurre due diligence sui prezzi, individuare e supportare canali di reclutamento della forza lavoro alternativi a quelli privati, includere nei codici di condotta dei fornitori anche standard minimi per gli alloggi dei lavoratori.

Naturalmente la mappatura delle leve di opportunità di miglioramento è un po’ più complessa di quanto possibile rendere in poche righe, ma rende l’idea di causa-effetto e che l’azienda è un player fondamentale inserita in un contesto più ampio e complesso di cui va sempre tenuto conto.

 

Ringrazio profondamente Marta Pieri, Head of Corporate Partnerships di  OXFAM Italia per aver condiviso questi preziosi scorci su una questione vitale per il futuro delle imprese e della nostra società nel suo complesso, augurando a lei e al suo team buon lavoro. Ai lettori, al prossimo appuntamento con questa serie.