Pandemia e Climate Change: è ora di agire!

Continuando nella serie di incontri e interviste per comprendere meglio il quadro complessivo della transizione alla sostenibilità che dobbiamo affrontare, oggi incontro il Dott. Giuseppe Miserotti, membro della Giunta Esecutiva di ISDE Italia, parte di ISDE Internazionale, l’associazione dei medici per l’Ambiente che è presente e attiva in 23 Paesi del mondo. ISDE è, tra l’altro, partner scientifico riconosciuto dell’OMS. Giuseppe Miserotti è un medico di Medicina Generale di grande esperienza, per 9 anni Presidente di Ordine e dedito da molto tempo alla divulgazione e alla ricerca sui temi della relazione tra ambiente e salute.

Con il suo aiuto vorrei esplorare un po’ l’aspetto ambientale del rischio pandemico, per porre un’altra tessera del puzzle di comprensione sull’Alba del Nuovo Mondo, cioè la transizione verso una società sostenibile, più sana, inclusiva, prospera che dovrà sorgere dall’esperienza di questi primi mesi del 2020.

Vediamo cosa mi ha detto il dott. Miserotti, in questa che è più una conversazione che un’intervista vera e propria.

FF: Ho letto recentemente alcune tue dichiarazioni in occasione dell’epidemia di Coronavirus che collegano la diffusione dell’agente patogeno all’inquinamento ambientale e al cambiamento climatico. Ci chiarisci un po’ questi legami?

GM: La connessione è sicuramente importante per il tipo di virus, visto che ha una penetrazione per via respiratoria, quindi è chiaro che tutto ciò che compromette l’apparato respiratorio ne favorisce la diffusione e ne aggrava la sintomatologia. L’inquinamento sicuramente è uno di questi fattori. Esso provoca una forma d’infiammazione cronica in tutte le persone che vi sono sottoposte a seconda degli anni d’esposizione e alla gravità dello stesso. Queste infiammazioni croniche delle vie respiratorie, in particolare di quelle alte, sono un elemento che predispone alle infezioni, sia batteriche che virali. Ora, poiché in alcune stagioni c’è una prevalenza di virosi che hanno tra l’altro un’infettività molto maggiore, questo rende cruciale il rapporto tra l’inquinamento e il virus, il Coronavirus in questo caso. E questo giustifica, almeno in parte, anche la correlazione che c’è stata tra le zone più inquinate e la maggior presenza di infezione, e quindi di ammalati di Covid-19.

Si è parlato anche di studi che dimostrerebbero un’infettività diretta dovuta al particolato presente nell’aria. Non si può a oggi che i virus siano condotti dalle PM. Non ci sono studi.

Comunque la connessione inquinamento e rischio epidemico è un dato di fatto. Se poi parliamo del Coronavirus, quindi di apparato respiratorio che è la via di penetrazione classica, il legame è ancora più stretto. Ricordiamo che l’aumento delle sostanze inquinanti aumenta l’espressività del recettore ACE 2 sul polmone. Questo recettore è quello sul quale il virus si attacca, quindi più recettori attivi ci sono, più il virus ha possibilità di agire sull’organismo. Quindi questo potrebbe giocare anche sulla gravità della malattia, visto che l’espressione di questo recettore sembra essere fondamentale per sviluppare i passaggi fisiopatologici successivi.

FF: Mi interessa molto capire un altro passaggio, fondamentale per la transizione al Nuovo Mondo:  tra i rischi sui quali gli scienziati avvertono, come conseguenze dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale a causa umana, c’è un rischio pandemico accresciuto. Tra l’altro mi pare che l’OMS fossero anni che alzava bandiere rosse su questo. Qual è il collegamento tra climate change e rischio pandemico?

La biodiversità non è banale, ma è il fondamento della forza vitale dell’ecosistema

GM Giustamente hai detto che l’OMS avverte da tempo: sono 20 anni, dall’epoca nella quale ancora prima della SARS si è dimostrata una correlazione tra cambiamenti del clima e la presenza di malattie di tipo epidemico. Non dimentichiamo che molti vuris sono proprio trasportati da uccelli, da animali o da insetti, cioè sono delle zoonosi. Il cambiamento climatico ha effetto anche su questi veicoli: prendiamo per esempio gli insetti. I cambiamenti del clima stanno mutando radicalmente latitudini e longitudini della loro presenza, per esempio la zanzara tigre con la Chikungunya. Il primo episodio in Italia di Chikungunya è stato nel 2007, in una zona vicino a Cervia, con 200 persone infettate e il decesso di un anziano. La Chikungunya è una malattia molto invalidante: in alcuni non lascia sequele, ma in altri ne lascia anche di importanti, tra cui soprattutto un dolore persistente. Nella lingua del Paese di origine Chikungunya vuol dire “malattia che deforma”, perché i malati sono costretti ad assumere posizioni antalgiche stranissime. Questo è un aspetto. Pensiamo anche alla malaria, una volta confinata a zone acquitrinose, lo sappiamo bene in Italia, dove si poteva riprodurre l’Anofele che è il veicolo portatore del parassita. Oggi abbiamo piccole epidemie di malaria in aree che sono a 2000 – 2200 metri di altitudine. In Nuova Guinea, per esempio, o in Medio Oriente. Sta cambiando la geografia radicalmente. Tutto questo perché l’aumento della temperatura condiziona il passaggio di questi insetti.

Stessa cosa con il West Nile Virus, anche questa un’alphaviride. Il WNV ha fatto 70 casi in Emilia Romagna, tra cui un decesso, perché c’è una variante che può causare una meningo-encefalite. C’è stato un morto anche a Piacenza.

Oltre agli insetti ci sono gli uccelli migratori, dei quali stanno cambiando tutti gli aspetti di migrazione, sia quelli quantitativi che qualitativi.

Tutti gli ecosistemi stanno mutando drammaticamente. Anche il mare: ci sono pesci nel Mar Ligure che arrivano dai mari caldi, tropicali, e che i pescatori segnalano da almeno dieci. Alcuni di questi sono pesci importanti, predatori che possono creare delle condizioni di competizione alterate nell’ambito della scala biologica.

FF: Introducendo il tema pesca, mi viene in mente il grande tema economico: ad esempio alterare la pescosità di un mare può sconvolgere un’economia intera.

GM: I cambiamenti stanno rivoluzionando tutti i rapporti economici, C’è uno studio della Banca Mondiale di alcuni anni fa che dimostra come i cambiamenti climatici saranno le vere cause di effetti migratori che non saranno migrazioni ma saranno dei veri e propri esodi. Si parla di milioni e milioni di persone, quindi fa ridere quando oggi ci preoccupiamo dei 50 – 60 poveri cristi che arrivano con i barconi quando ci aspettano esodi ben diversi, dettati dal fatto che le persone vanno verso aree dove è possibile sopravvivere. Sono studi fatti piuttosto bene ed evidenziano come ci sarà una ricaduta anche sulla qualità dei raccolti, con una diminuzione che potrà arrivare al 30%. Ciò soprattutto per l’agricoltura industriale, fondamentalmente e concettualmente sbagliata anche in questa direzione, molto legata alle monocolture. Tra l’altro, in questo sistema, il prezzo dei prodotti agricoli viene stabilito da alcune grosse società che lo impongono a tutto il mondo, con marginalità minime per l’agricoltore, il che crea poi situazioni di ulteriore differenziazione.

Gli aspetti psicosociali sono fondamentali in un’ottica di salute globale. C’è stata una divaricazione negli ultimi 20 – 30 anni della forbice tra i sempre più ricchi e i sempre più poveri. Il paradigma neoliberista, dopo i primi entusiasmi suscitati dalla Thatcher al suo tempo, ha mostrato presto la corda, perché non è in grado di risolvere il problema di una reale redistribuzione della ricchezza.

FF: Parlavi di studi della Banca Mondiale, quindi i dati sulla correlazione tra cambiamento climatico e sconvolgimento economico ci sono.

GM: Si, assolutamente!

FF: Io mi sono fatto quest’idea: quello che abbiamo visto con il Coronavirus e il confinamento potrebbe essere un “antipasto” di quello che dovremo vedere quando agire per tentare di far qualcosa per arrestare o rallentare il Cambiamento Climatico diventerà una decisione non più rimandabile.

Il giorno in cui dovessimo dire che la situazione dell’inquinamento nella Pianura Padana è tale per cui il costo umano e sanitario non è più sostenibile e fosse inevitabile chiudere le fabbriche e fermare i trasporti, ci troveremmo in una situazione devastante. Ma è possibile, anzi probabile.

Abbiamo gli studi a dimostrazione che il Cambiamento Climatico sta avendo degli effetti che si rifletteranno su tutta la società e sull’economia globale. Sappiamo che ci saranno centinaia di milioni di persone in movimento, non per cercare “la pacchia” come dice qualche idiota ma per cercare la sopravvivenza.

Inquinamento e pandemia. La transizione alla sostenibilità è urgente

Cosa serve ancora per smuovere la decisione di agire? Dal mio punto di osservazione di imprenditore vedo movimento anche nella svolta, almeno a parole di alcuni grossi investitori finanziari e dii una piccola parte di imprese, ma mi sembra molto a rilento. Così come la politica nazionale è largamente assente da questi temi e il grande pubblico ancora oscilla tra un impegno superficiale e una somma indifferenza.

Cosa ne pensi?

GM: Il cambiamento va a rilento perché non c’è una consapevolezza piena che l’anomalia era la situazione in cui eravamo prima del Covid. Questo piccolo virus a RNA scombussolato ha creato una dimensione nuova nel mondo perché all’improvviso ci siamo resi conto che l’economia è stata completamente rallentata, se non quasi per certi settori completamente bloccata; il nostro modello di vita è cambiato radicalmente, perché con il confinamento abbiamo dovuto fare i conti anche con certi tipi di solitudine, di impossibilità di relazionarci e di socializzare. C’è stato un impatto enorme che il pubblico non si aspettava.

In realtà, tutto questo non è una sorpresa. Ormai nel mondo delle grandi aziende e degli investimenti, se si volessero calcolare le cosiddette “Esternalità negative”, c’è la possibilità di prevedere gli impatti. C’è tra l’altro un progetto internazionale di ricerca avviato ormai da anni che si chiama “Externe”, che fornisce anche un supporto informatico per calcolarli.

Quando si progetta un’operazione di investimento, per esempio sul mondo dei combustibili fossili – che è una carta perdente in assoluto – gli istituti di ricerca come il CNR sanno benissimo, applicando determinati modelli matematici sul numero di sostanze che vengono prodotte, la loro qualità o la loro combustione, cosa questo porterà: quante persone potranno sviluppare determinate malattie e così via.

Ma questo non viene mai calcolato perché tanto lo paga il pubblico. L’investitore privato non ha il dovere di approfondire e inserire nei propri costi di produzione questa previsione. Non c’è un obbligo, e così è il sistema pubblico a farsi carico di questi costi a consuntivo.

FF: Quanto possono aiutare in questo le istituzioni sanitarie internazionali?

GM: l’OMS è stata in ritardo a dichiarare la pandemia. Bisogna tener conto che purtroppo l’OMS ormai è finanziata prevalentemente da privati e non dai Governi. È chiaro che se non hai un ente terzo che rappresenta l’ONU, come doveva essere l’OMS, una specie di super ministero della salute del mondo, si cede fatalmente il potere agli interessi privati. E i conflitti di interesse nell’OMS ci sono e ci sono da anni, fin da quando c’era Tomatis come direttore dell’IARC, che ha sede a Lione ed è il “braccio scientifico” dell’OMS. Il dottor Tomatis fu il primo direttore scientifico di ISDE, tra l’altro. Era una mente eccelsa, un grande medico e ricercatore italiano e ha diretto l’IARC per 12 anni, con grande rigore e competenza.

FF: È un’altra prova della debolezza della governance mondiale.

GM: Certo. L’OMS è stata in ritardo anche sul Covid. Qualcuno pensa che sia perché l’attuale direttore dell’OMS, che è un somalo, il dott Gebrajesus, possa aver vincoli dovuti ai cospicui investimenti cinesi nel suo Paese e nel resto dell’Africa. Visto che il coronavirus è nato in Cina… Pensare che il virus sia stato creato in laboratorio, da un pazzo furioso che gioca con le provette è ridicolo. Ma la verità è che Wuhan era una città di 7 milioni 10 anni fa e oggi ne ha quasi 13. Hanno continuato ad allargare, a distruggere foreste, hanno prodotto uno sconvolgimento e una compressione dell’ecosistema enorme. Sappiamo che i virus passano di specie. Non stiamo a guardare se è stato il pangolino o il pipistrello. Sappiamo da anni che i pipistrelli sono pienissimi e portatori di tantissimi virus. E allora? In un ecosistema questo è normale e fisiologico. Il nostro DNA, quel 98% che era ritenuta dai genetisti come DNA “stupido e inutile”, il cosiddetto “Junk DNA”, in realtà è pieno di queste memorie ed è pieno di funzioni e di frazioni virali, compresi i retrovirus – per capirci quelli dell’HIV – che sono fondamentali per il nostro sistema immunitario. Quindi le sequenze virali sono importantissime anche per noi. Però tutto dev’essere vissuto in una visione di quadro evolutivo e di lungo periodo.

FF: Questo tema è molto interessante, perché il problema non sono gli elementi naturali, ma l’accelerazione impressa dall’attività umana all’evoluzione dell’ecosistema, giusto?

GM: Si: l’accelerazione, le tempistiche umane, la distruzione della biodiversità. La biodiversità non è una cosa banale: L’intero quadro evolutivo è collegato al mantenimento della biodiversità. Oggi, nei luoghi dove la biodiversità è diminuita meno, si parla di alcune decine di volte; in altri luoghi, dove è stata massicciamente distrutta per inquinamento e per altre attività umane, c’è una riduzione della biodiversità fino a 1000 volte.

Questo significa che ci sono mille chiavi di sicurezza in meno che ognuno di noi ha a tutelare il proprio organismo da situazioni potenzialmente pericolose. Il Covid è stato una dimostrazione che la perdita di biodiversità si ripercuote alla fine nelle catene biologiche, nei rapporti complessi e alla fine anche sulla salute umana.

Immaginare di continuare a produrre e vivere come si è fatto nell’ultimo secolo, nell’era dei combustibili fossili, non è possibile. È come mi hai riferito della risposta di Giulio Bonazzi, CEO di Aquafil, alla tua domanda sul perché un imprenditore dovrebbe volgersi alla sostenibilità: “come azienda, o lo faccio o muoio”: ormai le rendite di posizione non saranno più possibili. Soprattutto nel mondo dei combustibili fossili che ha avuto e ha una grande responsabilità nei cambiamenti climatici. C’è una diretta correlazione nel rapporto tra il petrolio e i suoi consumi e l’aumento dei gas climalteranti. Questo è ben noto.

FF: Per finire, quanto è drastica l’inversione che dobbiamo fare, per assicurare la sopravvivenza dell’umanità nel medio periodo?

GM: L’ha detto molto chiaramente in Corea nell’ottobre 2018 il panel dell’IPCC: entro dieci anni ci sono da ridurre le emissioni di CO2 del 45%, cioè entro il 2030 dobbiamo diminuire la CO2 di questo livello se vogliamo stare nei 2 gradi. Che sono già troppi.

È bene sapere che l’Emilia Romagna, unica tra le regioni italiane, li ha già superati l’anno scorso, dati ufficiali dell’ARPAE. E il direttore dell’ARPAE, nell’intervista dopo la presentazione del rapporto, quando gli viene chiesto come mai questo dato, risponde che c’è un eccesso di combustione. Punto.

Un altro grande cambiamento, oltre alla eliminazione dei combustibili fossili, è quello che deve avvenire nel nostro modo di alimentarci. I produttori americani di carne prevedono che dovrebbero aumentare del 40% la produzione di carne per soddisfare la dinamica dei consumi: una follia pura. Gli allevamenti intensivi non possono continuare così, perché sono fortemente climalteranti. Tanto per essere prosaici, le flatulenze delle mucche degli allevamenti producono metano. Il rapporto tra CO2 e il Metano per impatto sull’effetto serra è di 30 volte. Quindi non si discute.

Senza contare gli impatti ambientali devastanti collaterali agli allevamenti intensivi. E non c’è bisogno di pensare all’Amazzonia deforestata per coltivare soia o pascolare bovini.

A parte i dati sulle conseguenze del consumo di carne rossa e carni lavorate. Anche queste sono cose dimostrate. Chi ha un’alimentazione carnea eccessiva si ammala di più di cancro, specialmente di alcuni tipi di cancro, e ha una salute precaria in generale. Ci sono studi. Senza essere vegani questo va detto.

Ma torniamo agli allevamenti: ti do un dato preciso, che è un esempio pre-covid. Due anni fa, se ricordi, nell’estate del 2018, in provincia di Brescia ci fu una strana epidemia di legionellosi. Ci sono stati 600 ricoveri negli ospedali di Brescia e dintorni per legionella. Sarà un caso, ma: era un anno molto asciutto, con corsi d’acqua ovviamente molto poveri, l’uso massiccio dell’acqua nelle torri di raffreddamento delle fabbriche, la presenza e l’isolamento di legionelle mai viste prima, una di tipo 1 ma anche una di tipo 6, trovate dall’ISS… Ci sono stati anche alcuni decessi, purtroppo.

Qualcuno ha cominciato a farsi domande, tra i quali anche un medico di famiglia attento, che ha avuto molto di questi casi.

In provincia di Brescia, nella fascia bassa, perché quella prealpina è fuori da questa logica produttiva, ci sono: 450.000 bovini, 1.500.000 suini e 41.000.000 tra polli e altri volatili. Allora, è sostenibile una cosa del genere? Un territorio così limitato e antropizzato è in grado di sostenere anche soltanto le deiezioni di questi animali? No, è chiaro!

Poi c’è il problema dei fanghi di depurazione, su cui ho fatto anche un articolo che pubblicheranno penso ormai quest’autunno, nel bresciano ma in generale sul nord Italia. Molti agricoltori hanno capito che sono porcherie che non riescono a smaltire altrove e le mettono sui campi, poi noi le mangiamo. L’agricoltura intensiva soffre di queste deformazioni.

FF: Insomma c’è veramente poco tempo. Ma come mai questo tipo di informazione, seria e ben documentata, non si diffonde così come si è diffuso il panico da Coronavirus.

GM: Perché il panico “vende bene”, evoca paure ancestrali: probabilmente ci portiamo epigeneticamente una memoria della peste manzoniana e forse altro… e poi l’informazione. L’informazione non viene fatta. Noi di ISDE siamo giudicati dei catastrofisti, pur parlando per prassi sempre con tanto di referenze a studi scientifici precisi: presentiamo fonti, referenze, riviste scientifiche ufficiali BMJ, Lancet… ormai ne parlano loro. Eppure ancora si fa fatica a portare queste informazioni al grande pubblico così come a educare e smuovere i decisori, anche per cambiare le scelte di investimento e sviluppo a favore delle fonti rinnovabili e sostenibili.

FF: Bene, allora è ancora più importante quello che abbiamo fatto oggi, cercando di condividere informazioni preziose per fare ancora un po’ di chiarezza sull’urgenza di una transizione drastica verso la sostenibilità, lo sviluppo sostenibile, l’economia circolare e una società più equa, prospera, sana, pacifica e felice.

Grazie di cuore a Giuseppe Miserotti per il suo tempo e per il prezioso contributo in direzione di una miglior comprensione della situazione e della profondità delle azioni da intraprendere.