Quando la ruota della circolarità non gira

C’è molto entusiasmo e sono suonate molte fanfare per l’approvazione in Europa della Direttiva sull’Economia Circolare. Concordo sia una buona cosa e che gli Stati dell’Europa Unita debbano adeguarvisi rapidamente. Ma tale direttiva, fondamentalmente, ruota attorno al tema del riciclaggio dei rifiuti, senza proporsi nulla di sostanziale sul “come favorire l’evitamento della produzione di rifiuti” in prima istanza. Se l’obiettivo di questo provvedimento era, per citare il Ministro dell’Ambiente Costa, “proporre una visione proiettata al futuro”, continuare a pensare l’economia circolare come un sistema basato sulla raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti “e basta” è purtroppo il PASSATO! 

È sicuramente giusto semplificare norme che oggi, in alcuni casi, rendono impossibile il recupero di ottime materie prime seconde solo a causa di visioni di processo arcaiche. La burocrazia in materia di gestione di rifiuti e loro recupero, spesso nata con il nobile obiettivo di contrastare lo smaltimento illegale, ha seguito il destino di ogni burocrazia diventando un mostro kafkiano con il quale la lotta è defatigante e costosa. Inoltre, com’è per ogni processo burocratico, complica la vita agli onesti ed è inefficace a intralciare i criminali. Dunque benissimo aiutare la singola impresa oggi a recuperare il più possibile dai rifiuti, per carità, e togliere gli ostacoli al riutilizzo di alcune materie che oggi è illegale rimettere nel ciclo produttivo. È anche importante che s’investa in impianti adeguati per il recupero di queste materie seconde con trattamenti tecnologicamente avanzati e ambientalmente sicuri – quando non addirittura vantaggiosi perché costruiti secondo le conoscenze più avanzate che permettono la valorizzazione attraverso processi biologici di molti sottoprodotti, reflui e scarti.

Ma il nostro sistema industriale, per affrontare in maniera competitiva le sfide del presente e l’innovazione spinta che arriva dalla competizione globale, ha bisogno d’altro.

L’economia circolare NON È il riciclo dei rifiuti, se non in minima parte. È un fatto sistemico e riguarda il modo in cui la società e l’economia sono pensate e funzionano. Bisogna fare uno sforzo culturale enorme, per aiutare le imprese ad ampliare gli orizzonti di visione e innovare i propri modelli di business. Per esempio, dovrà calare la cessione in proprietà di prodotti e crescere la somministrazione di servizi; si dovranno progettare i prodotti perché siano costruiti con processi innovativi (penso all’Additive Manufacturing, ad esempio) con materiali rinnovabili e sostenibili (in Svezia s’inizia a produrre ingranaggi con AM in cellulosa che sostituiscono quelli in acciaio). Bisognerà sviluppare e accelerare la ricerca e l’innovazione sull’utilizzo dei processi biologici per la produzione di materiali utili a soddisfare i bisogni umani, ad esempio le fibre o i polimeri per molteplici usi che rimpiazzano materiali di origine fossile. E naturalmente ogni oggetto dovrà essere pensato e progettato perché possa essere riciclato con facilità nella sua totalità, il che richiederà la riconversione radical di alcune industrie, con investimenti e coraggio.

Tutto questo deve avere un solido sfondo di fattibilità economico-finanziaria e sociale, per essere sostenibile nel tempo, perciò il ripensamento dei modelli di business e delle filiere distributive: in ultima analisi, l’innovazione sociale e di mercato. La società deve divenire sostenibile nel suo complesso perché l’umanità possa sopravvivere. Ce lo dice una politica “alta”, con Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay il quale ammonisce che dobbiamo cominciare a ragionare come specie, non più come Nazioni. Ce lo dice anche la scienza, con buona pace dei negazionisti, ma la politica “bassa” è troppo pavida per prendere sul serio i moniti. 

A livello della singola impresa l’economia circolare può tradursi solo nei suoi elementi di processo e nell’innovazione relativa. Però qui la sostenibilità ha bisogno di uscire dall’equivoco in cui è beneficienza e sostegno alla locale squadra di calcetto o al missionario in Africa (tutte cose belle, talvolta nobili) e passare alla sostenibilità integrata nei processi, a partire da quelli decisionali e strategici. Ho letto recentemente con grande soddisfazione, nel resoconto di un’intervista alla responsabile CSR e Comitati Territoriali di IREN Selina Xerra la seguente affermazione: “la sostenibilità è un modo di fare impresa”. Non potrei essere più d’accordo; penso anche sia importantissimo che questa semplice verità venga dal mondo delle multiutility, imprese medio grandi, semi-pubbliche, con un grande potere d’influenza e spesso attive in settori sensibili. 

Ritengo che qui serva anche uno sforzo deontologico da parte di noi consulenti che ci proponiamo alle imprese per la sostenibilità: dobbiamo divenire più onesti intellettualmente e dire pane al pane e vino al vino. Basta spacciare banali iniziative di risparmio ed efficienza oppure di beneficienza per “sostenibilità”. Ho visto recentemente magnificare come strategia di “sostenibilità energetica”, nel report di sostenibilità di una grossa impresa italiana del settore alimentare, la sostituzione delle lampadine con LED. Bellissima cosa che si faccia ma, diamine: è il “minimo sindacale”! Per non parlare delle piccole o grandi sponsorizzazioni sportive, tra l’altro con tutte le criticità che portano, che costituiscono per molte aziende l’appassito “fiore all’occhiello” della CSR.

Dobbiamo sostenere un grande lavoro di distacco dalle convinzioni e conoscenze passate nella leadership delle nostre imprese per poter giocare la partita della sostenibilità e della circolarità di sistema.

Quando un’impresa ci chiama con la domanda, tipica del momento, “vorremmo un packaging più sostenibile”, nel 99% dei casi non ha pensato all’opzione “no packaging”, che è la più sostenibile di tutte. Perché? Perché il pensiero è tutto su come riciclare il rifiuto una volta che sarà gettato, senza considerare minimamente il modello di business, logistica e distribuzione comprese. Serve una cultura nelle imprese più orientata alla partnership, al lavoro sistemico e alla condivisione. Certo che se ognuno pensa solo al suo pezzo è difficile uscire dalla logica del “riciclare il rifiuto”. Se voglio valutare l’opzione “no packaging” devo per forza parlare con il mio cliente e ragionare con lui su come espone e vende i prodotti: dobbiamo innovare insieme, e per fare questo dobbiamo saper vedere il vantaggio reciproco. È lo sviluppo di una nuova cultura, che ancora fatica a nascere, seppure se ne sentano talvolta i rassicuranti vagiti.

Cos’altro serve al sistema industriale, oltre al coraggio e alla visione imprenditoriale, per questo salto di qualità?

Per esempio servono ricerca pubblica di base ben finanziata, università e centri di ricerca che collaborino con le imprese nello sviluppo di nuove tecnologie. Ma la conoscenza di base, e le tecnologie principali, devono essere condivisi per divenire patrimonio del sistema: la miopia del trattenere soffoca le imprese e perpetua il nanismo industriale. Recentemente ho letto della decisione di Elon Musk di condividere i brevetti di Tesla in “open source”. Non so se sarà una mossa di sostanza o d’immagine, ma non mi sorprenderebbe che un imprenditore visionario sapesse che spesso costa di più, e rende meno, proteggere la conoscenza passata che non investire a sviluppare quella nuova. E intanto GM progetta il primo pick-up elettrico con la tecnologia Tesla liberamente condivisa. 

Serve uno Stato snello ed efficiente, molto presente e autorevole dove serve e trasparente dove intralcia, che fornisce servizi e infrastrutture di alto livello e sa fare debito per investire sfruttando la sua peculiare capacità di sostenere ritorni a lungo termine. Quindi, probabilmente, bisognerebbe rivedere i parametri Europei sul debito, in direzione qualitativa. Serve disboscare la normativa rendendola chiara, inequivoca e facilmente comprensibile e rispettabile a chi vuole, immediatamente sanzionatoria in modi certi e definiti per chi la viola, liberando il campo dalla concorrenza sleale dei “furbetti” e restaurando la reputazione del Paese. Serve far funzionare la giustizia civile, per dare certezza del credito e liberare risorse all’investimento e alla creatività, togliendole all’angoscia dell’incertezza.

Serve il coraggio di tagliare la spesa improduttiva pubblica, e prima di questo il taglio delle clientele che negli ultimi cinquant’anni l’hanno usata come strumento di propaganda elettorale e captazione del consenso.

Serve un lavoro educativo colossale dell’opinione pubblica, perché la sostenibilità del sistema divenga la priorità di tutti e un obiettivo largamente condiviso, in modo che la politica possa trovare il fiato, e un po’ di determinazione, per orientare la società nella giusta direzione. Una società sostenibile e circolare è, per esempio, anche una nella quale gli anziani sono preziosi dispensatori di esperienza e conoscenza da riversare nel sistema in una spirale di saggezza crescente, non scomodi e arrabbiati reietti che nessuno vuole nemmeno più vedere. Ed è anche una società nella quale allo Stato non si chiede che ci sollevi del tutto dalla responsabilità della nostra vita, della salute e del benessere, salvo poi tradirlo quando è il momento di fare la nostra parte pagando le tasse. 

Servono piani di mobilità sostenibile che portino efficienza e salute con i nostri spostamenti. Le politiche per la mobilità sostenibile devono essere il frutto di visioni di lungo periodo, condivise super-partes perché possano indirizzare investimenti in infrastrutture e innovazione nelle industrie del settore. E devono essere sostenute a livello locale da decisioni urbanistiche competenti e coerenti con la strategia globale, pur sapendo che il disastro urbanistico dagli ultimi sessant’anni non potrà essere rimediato in una sola generazione.

Servono politiche energetiche che incoraggino prima di tutto il risparmio e l’efficienza energetica: è vero che il sole fornisce una quantità enorme di energia alla Terra, ma nessun sistema di captazione e trasformazione di energia umano è privo d’impatti, perciò pensare che le energie rinnovabili servano a continuare allegramente a incrementare i consumi energetici è follia. 

Pensare una strategia energetica, e le conseguenti reti infrastrutturali, non si può fare con l’ideologia né solo con la tecnica. Quando una società decide cosa vuol fare con l’energia, o sviluppa un’energia nuova, fa una precisa scelta per il proprio futuro e influisce in modo globale: è il compito di una politica alta, informata da una scienza tecnica competente, sostenuta da un corpo elettorale maturo e responsabile, discutere e proporre scenari di futuro alle società.

Questo, e indubbiamente altro, ci vuole per l’economia circolare: una visione di futuro e scelte di lungo periodo che diano la direzione allo sviluppo della società intera. Siamo pronti o vogliamo ancora raccontarci di essere circolari perché abbiamo imparato in quale cassonetto va messa la bottiglia del latte vuota?

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