Tango e Sicurezza: che c’azzecca?

L’Italia è un Paese nel quale ogni giorno, mediamente, muoiono sul lavoro tre persone. Una vergognosa strage, che non accenna a diminuire. 

A questa possiamo aggiungere una mortalità da incidenti stradali molto elevata, in buona parte dovuta a mancanza di responsabilità nella guida in relazione all’uso di sostanze stupefacenti come droghe e alcol (e cellulari). In altri casi alla “leggerezza” verso elementari norme di prudenza o al mancato rispetto delle regole della circolazione.

Spesso ci siamo interrogati su queste pagine riguardo alla “cultura della sicurezza” e abbiamo sottolineato la sua grave mancanza nel nostro Paese.

Qualche riflessione in più mi viene sollecitata da un recente episodio personale, apparentemente del tutto marginale e insignificante, ma vedremo che non sarà così, almeno a mio avviso.

Ho intrapreso un corso di Tango Argentino e, tra i requisiti necessari all’iscrizione alla scuola, mi è stata richiesta la visita medico sportiva. 

Avendo svolto in gioventù attività agonistica in sport che richiedevano controlli annuali approfonditi, inclusi elettroencefalogrammi ed esami a riposo e sotto sforzo, mi sono un po’ stupito he venisse richiesta l’idoneità sportiva – seppur non agonistica – per un ballo del tutto tranquillo. La prima reazione era quella di riderci sopra, scherzando che forse era per la carica sensuale della danza, potenzialmente rischiosa in sé. Ma poi me ne sono andato di buon grado dallo specialista in Medicina dello Sport senza ulteriori pensieri.

Lo stupore si è invece rinnovato, suscitando ben altre considerazioni, quando il medico, mentre si preparava a una visita coscienziosa e approfondita, mi confidava di aver avuto la stessa richiesta per il gioco del Bridge. In più, mi diceva che in quell’occasione, sentendo un po’ ridicolo certificare per quello “sport”, aveva indicato genericamente “ginnastica” e aveva poi dovuto rifare i certificati a degli “atleti” incavolatissimi perché rigettati dalla loro associazione che richiedeva proprio la dizione “gioco del Bridge”.

Ora: immagino che tutta la faccenda nasca probabilmente dal fatto che le associazioni di cui facciamo parte abbiano un’assicurazione e questa richieda, a scanso di future rivalse, la certificazione della buona salute degli associati. E così l’associazione stessa, per evitare contestazioni in caso di futuri malesseri degli associati, ne faccia certificare la salute da un medico, in modo che se il giocatore di Bridge viene colpito da fatale infarto per un “atout” giocato male, l’associazione sia tenuta indenne dalle pretese degli eredi.

E qui mi vengono in mente due considerazioni le quali, secondo me, rendono per nulla insignificante l’episodio e ne giustificano la condivisione.

La prima è che mi pare vi sia una sostanziale e generale cultura del “pararsi le spalle” rispetto alla sicurezza: come se l’essere “in regola”, avere “il certificato” sia l’essenza della prevenzione e della sicurezza. Sarebbe ovvio puntare a questo punto il dito verso l’assicurazione, o l’associazione. Ma la riflessione va spinta invece secondo me più in là, dal lato del ballerino, o del giocatore di carte, per restare negli esempi di cui sopra.

La mia impressione è che vi sia, con questo tipo di approccio, un generale rilassamento in seguito al quale il soggetto “certificato” perde qualunque senso della propria responsabilità per la sicurezza o la salute, come se l’aver un terzo asseverato una determinata situazione in un determinato momento potesse fungere da protezione sovrannaturale erga omnes. 

E così, allargando il parallelo, mi pare sia in quelle situazioni lavorative dove la cultura della sicurezza è “aderenza alle norme”, compilazione di moduli, riempimento di formulari e formazione asettica. Qui si perde il senso che la sicurezza è prima di tutto una responsabilità personale continua, una richiesta di attenzione, cautela e responsabilità, parola sempre più tabù nella nostra società.

Al ballerino “certificato” devo dire: “se non ti senti bene stasera, anche se hai il certificato di idoneità, non uscire di casa, e domani se ancora non stai bene vai a farti vedere. Sei tu il primo responsabile della tua salute”. 

Che è lo stesso discorso da fare al guidatore che ha bevuto: “hai la patente, è vero; ma  ora hai bevuto troppo alcol per essere in grado di guidare. Sei un pericolo per te e per gli altri, prendi un taxi.” 

Oppure all’operaio, o al caposquadra: “Ok, ci sono tutti i DPI, i percorsi tracciati, tutte le caselle del formulario sono state barrate, le macchine sono “a norma”; ma tieni ugualmente gli occhi aperti e resta vigile e concentrato”.

E invece no. E qui veniamo al secondo punto: il sottile piacere di dare ad altri la responsabilità di tutelare la nostra salute e la nostra sicurezza. È forse una reminiscenza dell’infantile giustificazione dopo una marachella, per sollecitare l’indulgenza del genitore “non l’ho fatto apposta!” con la quale si fantasticava che il vetro rotto si riparasse magicamente e noi si potesse evitare il castigo?  

Ricordo anni fa, un famoso cardinale durante l’omelia al funerale di tre ragazzi morti in una “strage del sabato sera” tuonare: “Lo Stato deve fermare le stragi del sabato sera”. Si, ecco: lo Stato, come se fosse stato esso al volante e non un cittadino maggiorenne, in grado tra l’altro di eleggere il Governo di quello stesso Stato, il quale si era ubriacato in discoteca e irresponsabilmente messo alla guida.

E così è la richiesta, ogni volta, che qualcun altro garantisca la sicurezza, la salute, perfino l’immortalità si vorrebbe. Allo stesso modo in cui si pretende dalla Medicina e dal medico una missione impossibile, magari dopo che si è condotta una vita dissoluta e malsana. E se non ci guarisce a dovere, scatta la causa legale. Tra l’altro così noi tutti, ignari di questo meccanismo del quale siamo prigionieri, paghiamo (stime OMCeO Roma di qualche anno fa) tra i 10 e i 20 miliardi di € in costi per la medicina difensiva.

Qualche tempo fa riflettei pubblicamente sul tema della responsabilità del datore di lavoro per gli infortuni, dopo il caso degli allevatori Indiani deceduti in una fossa di liquami in provincia di Pavia (mi pare). Non solo gli operai erano morti, ma anche i datori di lavoro, nel tentativo di salvare i dipendenti. E dunque? Se il capo non si salva da sé, chi salverà il capo?

Insomma, alla fine di questa riflessione ne esco con la convinzione sempre più radicata che manchiamo gravemente nel nostro Paese, nel nostro popolo un po’ troppo improvvisatore e bravo ad “arrangiarsi” per vocazione, di una cultura della “responsabilità per la sicurezza” e la salute nostra e degli altri PRIMA e DOPO qualunque certificazione o implementazione di una norma cogente.

La storia del Titanic è paradigmatica di questo atteggiamento: equipaggiata secondo le norme vigenti, aveva a bordo salvagenti per un terzo dei passeggeri, seppur i contenitori fossero già pronti a riceverne di più quando le norme ne avrebbero reso obbligatorio un numero superiore (logicamente equivalente al numero delle persone a bordo). La nave, dunque, era “certificata” , ma: indovina un po’ quante persone sopravvissero al naufragio?

E così, come la proverbiale orchestra del Titanic, la nostra sicurezza e salute, sul lavoro e nella vita, affonda ignave nell’illusione di salvarsi a bordo di un’attestazione o di un timbro di conformità. 

Intanto le persone muoiono, in un macabro stillicidio.